Luigi Di Maio, capo politico del M5S, è il nuovo ministro del Lavoro e anche dello Sviluppo Economico. Nelle dichiarazioni a caldo, ha detto che è “al lavoro per creare lavoro”. Mi sembra un’ottima intenzione da segnalare al lettore. Credo che, per questo, dovrà interfacciarsi anche con altri ministeri, poiché, come ho scritto in altri editoriali anche su ilfattoquotidiano.it, nessuna legge sul lavoro da sola ha mai creato anche un solo posto di lavoro.

Il lavoro si crea con la crescita e quindi il primo obiettivo è sarà stimolare la crescita. Forse per questo Di Maio ha scelto di essere anche a capo dello Sviluppo economico. Qui ci sarebbe da scrivere un altro post a parte, poiché il Mise è un altro ministero pesantissimo. Perciò, sarebbe saggio non mettere tante responsabilità nelle mani di una sola persona.

È noto, peraltro, che Di Maio non ha esperienza di governo, neppure a livello locale e, quindi, dovrà presto cercare di acquisirla. Però, non bisogna dimenticare che ha ormai maturato un’esperienza lunga un’intera legislatura come vice-presidente della Camera e anche come deputato. Questo dovrebbe essere più che sufficiente se non per conoscere le pratiche amministrative necessarie ad una gestione efficiente dei due dicasteri, almeno per definirne gli indirizzi strategici di fondo.

Ma la trappola dell’esperienza lavorativa tipica dei giovani – i giovani senza esperienza come fanno ad accumulare esperienza? – potrà superarla presto e bene se saprà circondarsi di consiglieri esperti e competenti. Attenzione, però, che abbiano anche idee innovative, poiché il rischio dei ministri di nuovo conio, sperimentato anche in passato, è di essere impaludati nei corridoi dei palazzi romani. I burocrati dei ministeri sanno molto bene come far girare in tondo in un vicolo cieco il ministro di turno senza che raggiunga alcun risultato. A Napoli si parla a volte del gioco del tozzabancone un nome che non dovrebbe essere ignoto al neo-ministro di origini napoletane e dal quale egli saprà tenersi lontano, ricorrendo, ripeto, a consiglieri competenti, ma innovatori come si conviene ad un “governo del cambiamento”.

Lo scopo per cui Di Maio ha scelto il Ministero del Lavoro è che probabilmente vorrà guidare in prima persona la concreta realizzazione della proposta più significativa del programma pentastellato, vale a dire il reddito di cittadinanza. Per come abbiamo imparato a conoscere questa proposta, si tratta di un sostegno al reddito per i disoccupati purché accettino le offerte di lavoro che i centri per l’impiego gli offriranno, secondo il cosiddetto principio contrattuale tipico della socialdemocrazia più recente: “Ti do il sussidio solo a patto che tu faccia qualcosa per me, come accettare le offerte di lavoro che ti fornirò”.

Questo funziona, però, come è stato ribadito da più parti, se l’economia cresce e i servizi per l’impiego sono veramente capaci di intermediare la domanda di lavoro. Perciò, “governo del cambiamento” non significhi buttare al vento gli sforzi fatti dal governo precedente. Il Jobs Act non è tutto da buttare, come voleva la propaganda elettorale. La parte più costruttiva del Jobs Act è proprio quella che può essere più utile anche alla realizzazione del reddito di cittadinanza: la parte proprio delle politiche passive ed attive, tradizionalmente il punto debole del nostro sistema di flessicurezza.

Il sussidio per chi perde il lavoro (il Naspi), esteso nel 2015 anche a chi ha solo un contratto temporaneo, già c’è e dura 2 anni circa. In questo tempo, si spera che i disoccupati trovino lavoro, bisogna aggiungere solo qualcosa per chi non ha lavoro, ma non a tutti e solo a condizioni ben precise.

Perciò, l’enfasi e lo sforzo maggiore del nuovo ministro vanno poste –  questo il mio suggerimento più immediato e concreto – sulle politiche attive. Non occorrono 2 miliardi. Il decreto 150 del 2015 già c’è e dovrebbe funzionare, anche se finora non è stato ancora veramente attivato. Se è finanziato adeguatamente e realizzato bene, può partire anche subito, contrariamente a quanto è stato detto da molti. Ciò potrebbe consentire il varo del reddito di cittadinanza, ancorché su base sperimentale, cioè per un numero inizialmente limitato di giovani.

Il meccanismo del quasi mercato insito nel decreto 150 crea concorrenza fra centri per l’impiego pubblici e privati e riattiva entrambi. Ripeto, se si vuole partire subito, si parta da qui. Si finanzino i voucher per incentivare i centri per l’impiego a trovare lavoro ai giovani seriamente. Naturalmente, il meccanismo funziona se l’economia cresce e ritorniamo al punto di partenza dell’editoriale.