Sono giornate di fuoco per la lira turca, calata a picco del 17% nei confronti del dollaro in sole due settimane. Se calcolata da inizio anno la perdita di valore rispetto al biglietto verde è del 25%. Una dinamica molto pericolosa per un Paese fortemente indebitato con l’estero dove le sole imprese private hanno in essere finanziamenti in dollari per 295 miliardi. Se il valore della moneta americana aumenta diventa più oneroso rimborsare questi prestiti o pagare gli interessi, soprattutto per le aziende che fanno ricavi in prevalenza sul mercato interno e quindi incassano lire. A segnalare la condizione di stress finanziario che scuote il Paese è anche il rendimento dei titoli di Stato. Il decennale è salito al massimo storico del 15,1% ma soprattutto la curva dei rendimenti si è invertita. Significa che titoli con scadenze più brevi rendono di più di quelli a più lunga durata, diversamente da quanto accade in condizioni normali. Una situazione che solitamente si delinea quanto si intensificano i timori di un collasso finanziario nel futuro prossimo.

In questo quadro la banca centrale si è distinta per una quasi immobilità, difficilmente comprensibile se non fosse per le pressione che subisce da tempo da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan. L’istituto si è mosso solo mercoledì scorso per alzare il costo del denaro del 3% al 16,5%. Troppo poco e troppo tardi secondo molti osservatori. Il rialzo ha dato una boccata di ossigeno ma la crisi della valuta sembra tutt’altro che risolta. Il presidente Erdogan è da sempre “allergico” alle strette monetarie della banca centrale, che se da un lato difendono la moneta locale hanno l’effetto collaterale di raffreddare la crescita economica. Dal punto di vista di un politico, nel breve termine, il rimedio può essere quindi peggiore del male, soprattutto con elezioni alle porte come nel caso della Turchia che tornerà alle urne il prossimo 24 giugno. Per questa ragione, le banche centrali sono, o dovrebbero essere, protette dalle ingerenze del potere politico. In Turchia le pressioni del Governo verso la banca centrale sono però una costante. Da anni Erdogan propugna la teoria di un complotto teso ad influenzare le politiche monetarie del Paese, sostenendo l’esistenza di una non meglio precisata “lobby dei tassi di interesse” manovrata dall’estero per favorire la speculazione contro Ankara. In passato il presidente ha anche sostenuto una teoria secondo cui il rialzo dei tassi avrebbe come effetto finale quello di far salire l’inflazione. Esattamente il contrario di quello che si legge in qualsiasi testo di economia.

Come tutte le economie emergenti anche la Turchia risente in questo periodo del rafforzamento del dollaro. Quando la valuta statunitense, e con lei tutti gli asset a stelle e strisce, ritrovano vigore, l’effetto a livello globale è quello di uno spostamento di denaro dalle aree più periferiche e più rischiose verso gli Stati Uniti. Gigantesche quantità di capitali vengono “risucchiate” dove i rendimenti tornano ad essere competitivi a fronte di rischi minori. “Tourist money”, “hot money”, tanti gli appellativi che sono stati affibbiati a queste masse di denaro che vengono e vanno, quasi mai in modo indolore per i Paesi coinvolti. Non a caso in queste settimane tutte le valute emergenti hanno tutte sofferto. In particolare l’Argentina è stata costretta ad alzare i tassi di interessi fino al 40% per tentare di arginare la caduta del peso. In questo scenario la Turchia è considerata uno degli stati più fragili per due ragioni. La prima è l’alto indebitamento con l’estero, con una bilancia dei pagamenti in rosso per 47 miliardi di dollari, una cifra in aumento e pari al 5,4% del Pil e il valore più alto tra gli emergenti. La seconda è l’ammontare di riserve in dollari che si fermano al 9,7% del Pil, una delle percentuali più modeste tra i Paesi emergenti. In altri termini significa che la banca centrale ha nei suoi forzieri poche munizioni per difendere la valuta nazionale. Il tasso di inflazione ormai all’11% non semplifica le cose.

In questi anni gli investitori esteri hanno puntato molto su Ankara in virtù di tassi di crescita cinesi. Nel 2017 il Pil turco è tornato a galoppare con un incremento del 7,4% ma secondo molti analisti questo boom sarebbe spinto da un ricorso sempre più forte all’indebitamento. La cavalcata dell’economia turca dell’ultimo decennio è stata accompagnata da politiche fiscali nel complesso equilibrate. Il timore di molti osservatori e investitori è che le invasioni di campo da parte di Erdogan si intensifichino condizionando sempre di più le politiche della banca centrale per ottenere benefici di breve termini ma spezzando il circolo virtuoso che ha garantito e garantisce la sostenibilità della crescita nel lungo periodo. Lunedì e martedì prossimi il vice primo ministro turco Mehmet Simsek e il governatore della banca centrale Murat Cetinkaya saranno a Londra per incontrare gli investitori e cercare di risollevare la fiducia verso il paese. Simsek, ex strategist di Merrill Lynch molto apprezzato dalla comunità finanziaria, ha assicurato in questi giorni che la banca centrale farà tutto quello che deve per sostenere la lira. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il peso di Simsek nelle scelte dell’esecutivo si sarebbe negli ultimi tempi molto ridimensionato rispetto al passato.