di Riccardo Cristiano*

E’ di queste ore la notizia delle ruberie di massa nelle miserevoli abitazioni del campo profughi palestinese di Yarmouk, non distante da Damasco, appena riconquistato dall’esercito siriano, che afferma di aver così posto fine alle minacce terroristiche nei dintorni della capitale. Ma in quelle case non abitavano terroristi, ma quei profughi palestinesi non così diversi da altri profughi palestinesi. Forse è la collocazione nell’inferno siriano a ridurre l’attenzione nei loro confronti. Anche perché molte altre attenzioni sono richieste in Siria.

Proviamo a ricostruire in rapidissima sintesi.

Febbraio 2018: nelle stesse ore in cui Erdogan ha annunciato la sua operazione “ramoscello d’olivo” per liberare dai terroristi la città curdo-siriana di Afrin, il regime siriano ha lanciato la grande offensiva per riconquistare la Ghouta, l’ampia area a est di Damasco. La ratio di queste due operazioni ha poco a che fare con la Siria. Ad Afrin Erdogan più che combattere “terroristi” doveva rompere il collegamento territoriale tra curdi che miravano all’autogoverno in Siria e il Kurdistan turco. Ecco che appare fondata la voce che presto porterà ad Afrin qualche migliaio di quei profughi siriani originari di tutt’altra area del paese che ha accolto in Turchia visto che l’Europa lo paga per essere un paese di transito ospitale con i profughi.

Nella Ghouta invece, la capitale di questa regione, Douma, doveva essere recuperata a tutti i costi visto che di lì deve passare la nuova autostrada che collega Teheran e il Mediterraneo. Ecco che anche qui appare fondata la voce per cui proprio lungo quel prezioso tracciato possa presto cominciare il transfer di popolazione sciita irachena, per impedire che lì torni una popolazione non controllabile dal regime e dai suoi alleati, cioè Hezbollah e pasdaran. Ecco perché Douma è stata obiettivo di feroci bombardamenti, a partire da ospedali e scuole; le condizioni della permanenza magari da sconfitti non sembrano dover permanere, se davvero l’obiettivo fosse il cambio demografico il senso della violenza dell’operazione si spiegherebbe.

Nei primi giorni il territorio veniva preparato all’azione di terra con il lancio di barili bomba, barili riempiti di detriti, terra, esplosivo e chiodi. I gruppi armati che operavano nella zona riuscivano a colpire con razzi katyusha solo i sobborghi di Damasco più vicino, dimostrando la precarietà dei loro armamenti. La popolazione era stremata, dal 2013 il regime ha impedito l’accesso di generi di prima necessità a tutta la popolazione civile. Il 7 aprile del 2018 è arrivata la denuncia di un attacco chimico contro Douma, anche questa volta negato dal regime siriano, sebbene agli ispettori dell’Onu è stato impedito l’accesso per una settimana.

Anche la Russia ha negato, impedendo ancora una volta ogni decisione in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. Gli Stati Uniti hanno rotto lo stallo con un’azione “dimostrativa”, colpendo, dopo aver avvertito Mosca, tre edifici usati dal regime come depositi chimici. E così il 15 aprile del 2018 i patriarchi siriani hanno diramato una nota congiunta nella quale, dopo aver taciuto da febbraio, denunciano l’ingiustificata aggressione. La storia di gran parte delle battaglie siriane è stata analoga.

Ad Aleppo, dove un poster posto nel cuore del quartiere cristiano ha salutato per mesi in Putin, Khamenei e Nasrallah gli eroici liberatori, i quartieri sunniti sono stati svuotati della popolazione civile con modalità analoghe, analogo uso di barili bomba, bombe di profondità, cloro e gas, perché la “Siria utile”, cioè quella fertile e limitrofa al Mediterraneo, e il motivo sarebbe sempre lo stesso: non aver più popolazione ostile al regime ad Hama, Homs, Aleppo: in molti casi sono andati distrutti i catasti, nessuno è più grado di rivendicare proprietà immobiliari. Ora il saccheggio delle miserevoli abitazioni di Yarmouk sembra andare nella stessa direzione.

Decifrare la guerra siriana è laborioso ma non complicato, l’idea che possa essere la più grande operazione di pulizia etnica mai realizzata nella storia successiva alla seconda guerra mondiale, andrebbe analizzata, verificata e interpretata per il suo significato oggettivo. I cambiamenti demografici su così vasta scala oltre a un problema evidente di legalità internazionale inseriscono due conseguenze rilevanti: se i milioni di siriani sunniti trovassero asilo solo in altri paesi sunniti oltre a dimostrarsi impossibile la convivenza in terre dove si è convissuto per secoli vorrebbe dire che si va verso un Cuius regio eius religio mediorientale? Si aprirebbe così la prospettiva di un ritorno a imperi confessionali? Un rischio che finirebbe per trasformare tutto il Mediterraneo.

*Vaticanista di Reset