Non c’è Paese al mondo che abbia subito negli ultimi anni un più feroce e intenso attacco da parte dei poteri forti internazionali. Un attacco che si è sviluppato a vari livelli:

1. Politico, con il tentativo di isolamento promosso con il rovesciamento dei governi progressisti nel resto dell’America latina e le sanzioni immotivate da parte di Stati Uniti ed Unione europea.

2. Economico, con una vera e propria guerra ai ceti popolari portata avanti mediante la manipolazione del tasso di cambio, i giudizi negativi politicamente motivati di agenzie di rating ed entità finanziarie, l’imboscamento di beni essenziali da parte dei settori privati che ancora controllano troppa parte dell’economia nazionale.

3. Mediatico, con la costruzione di vere e proprie campagne a base di fake news e la sottolineatura costante di veri e presunti aspetti critici della situazione.

4. Tendenzialmente anche militare con la costante minaccia di interventi “umanitari” da parte dei Paesi circostanti e degli Stati Uniti in prima persona.

Non c’è Paese al mondo che abbia vissuto negli ultimi 20 anni una più intensa stagione democratica, con oltre 20 appuntamenti elettorali di vario genere, la messa a punto di un sistema di votazione a doppia verifica (elettronica e cartacea) che Jimmy Carter ha definito il migliore del mondo, l’iscrizione nelle liste elettorali di milioni di cittadini, poveri o residenti nelle zone marginali del Paese che fino ad allora erano rimasti esclusi.

Domenica 20 maggio il Venezuela ha ribadito tale vocazione democratica nonostante il feroce e intenso attacco di cui sopra. Oltre otto milioni di venezuelani si sono recati alle urne e hanno espresso a larga maggioranza (quasi il 70%) appoggio al presidente uscente Nicolas Maduro. Secondo le stime ufficiali, l’affluenza è stata pari al 46% dato che hanno votato 9.132.655 elettori su venti milioni e mezzo di iscritti. Certamente una parte di tale astensione è dovuta alla scelta del boicottaggio da parte dell’opposizione sfascista, ma non è ovviamente possibile quantificare tale elemento. Chi decide di non partecipare a una competizione democratica ha sempre torto. Infondate mi paiono le accuse di brogli e mancanza di garanzie. Peraltro in percentuale le adesioni a Maduro corrispondono al 31,7%, più di Trump (25,3%), di Macri (26,8%), di Santos (23,7%) che di altri “campioni di democrazia”.

Risulta quindi insostenibile la “scomunica” delle elezioni comminata da Stati Uniti ed Unione europea. Significativa la circostanza che da quest’ultima si sia dissociato un mediatore importante nel dialogo fra governo e opposizione (ruolo svolto su precisa richiesta del governo di Washington) come l’ex premier spagnolo José Luis Zapatero – dopo aver assistito in diretta qualche mese fa all’abbandono delle trattative da parte dell’opposizione sfascista.

Stati Uniti ed Unione europea vogliono a ogni costo impedire il sorgere di una democrazia non addomesticata e docile ai loro ordini (che quindi tale non sarebbe) in un Paese del Terzo mondo. I poteri forti internazionali rappresentati da personaggi come Donald Trump – eletto da una minoranza dei votanti popolari nel suo Paese – o la euroburocrate Federica Mogherini – eletta da nessuno –  vogliono impedire che germogli un pensiero alternativo a quello dominante della supremazia del mercato e del neoliberismo economico esasperato che sta distruggendo il futuro anche nel nostro Paese.

Nonostante gli sforzi indefessi di questi e altri funzionari del pensiero unico, Nicolas Maduro ha vinto e lo ha fatto in modo democratico. Con centinaia di altri osservatori internazionali provenienti da oltre 40 Paesi, ho potuto vivere questa esperienza democratica fondamentale non solo per il Venezuela ma per il mondo intero e ne sono orgoglioso. “Avanti con Maduro al volante!”, gridavano i venezuelani domenica mattina davanti ai seggi, facendo allusione alla provenienza del presidente ora rieletto che ha lavorato come anni come autista dell’azienda pubblica dei trasporti, circostanza che ha suscitato i lazzi classisti dei borghesucci incapaci di qualsiasi cosa che non sia passare in banca a ritirare i loro troppi soldi. Anche in Italia e altrove non sarebbe male mandare al potere lavoratori; che siano dell’Atac o di altre aziende. Fra l’altro, caso strano dato la ristrettezza delle risorse a disposizione, le strade di Caracas sono esenti da buche.

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