Da qualche tempo a Roma si autorizza l’affissione di manifesti che attaccano la libertà delle donne e la loro autodeterminazione. Prima un maxi poster antiabortista del movimento Pro Vita, che raffigurava un feto nel grembo materno con la scritta “Tu eri così a 11 settimane”, poi un manifesto a firma del gruppo di pressione fondamentalista Citizengo secondo cui l’aborto è la prima causa di femminicidio al mondo. Molto è stato detto in entrambi i casi ma, a pochi giorni del 40° anniversario dell’entrata in vigore di una legge 194 (22 maggio), è necessario affrontare la questione da due punti di vista: storici e culturali.

Dal punto di visto storico occorre dire che entrambi i manifesti – ma l’ultimo in particolare – sono ignobili perché falsi. Se gli autori si fossero presi la briga di andarsi a leggere ad esempio i documenti oggi custoditi negli archivi storici dell’Udi (Unione donne in Italia), avrebbero forse capito che il percorso che ha portato alla legge 194 era in primis finalizzato alla tutela delle donne e della maternità consapevole.

Anche dal punto di vista culturale entrambi i manifesti – ma l’ultimo in particolare –  sono ignobili perché falsi. È la violenza contro le donne la prima causa di femminicidio al mondo, non l’interruzione volontaria di gravidanza che, al contrario, ha salvato molte donne dall’aborto clandestino. L’accostamento tra aborto e femminicidio è gravissimo non solo perché strumentale ma perché sbagliato nella definizione stessa di femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna in quanto tale all’interno di una relazione affettiva.

Alla base di quei manifesti, dunque, non c’è solo strumentalizzazione, fanatismo, ma vera e propria ignoranza. Un’ignoranza ricercata, ovviamente, per fare in modo che anche il resto del mondo non sappia la verità. Infine (cosa altrettanto grave) è stato l’appellarsi alla libertà di espressione, come hanno fatto gli autori di entrambi i manifesti. Questo è l’ennesimo grande bluff, perché non può esistere libertà di espressione senza corretta informazione, senza verità. Se così fosse, saremmo autorizzati a dire tutto il falso possibile di qualunque cose, quando invece informare significa conoscere e far conoscere.

Quei manifesti, oltre a diffondere notizie false, tendenziose, discriminatorie e gravemente lesive dell’immagine della donna, dimostrano quindi un’abissale ignoranza su cosa sia il femminicidio e sulla storia delle donne, a partire dalla legge 194. Per questo motivo – con l’aiuto dell’Udi che nel processo di acquisizione di quei diritti ha avuto negli anni un ruolo centrale – allego a questo blog una galleria di manifesti storici (un tempo clandestini) che proprio l’Union donne in Italia ha digitalizzato per preservarli. Manifesti che vanno dai gruppi di difesa della donne durante la Resistenza, al diritto al voto, dalla legge 194 alla battaglia per i consultori. Un patrimonio storico e politico, che permette di attraversare i 73 anni non solo della storia dell’Udi e delle donne, ma anche di questo Paese.

Liberiamoci dalle idiozie e affiggiamo questi.