“L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo #stopaborto”. Roma, Via Salaria. Dietro la scritta, che compare sul manifesto in bianco e nero, un pancione sorretto da due mani. Promotrice dell’affissione è Citizen Go, associazione spagnola prolife contro le sedicenti teorie del gender, l’eutanasia e le unioni omosessuali. Ma il manifesto, ha spiegato Andrea Coia, presidente della Commissione capitolina Commercio, è “probabile” venga rimosso nelle prossime ore, almeno dagli spazi comunali. “Lo stiamo valutando –  ha detto a ilfattoquotidiano.it – ma a occhio penso che lo rimuoveremo a breve, come abbiamo fatto pochi mesi fa su un’affissione simile sullo stesso argomento”. Coia si riferisce al cartellone di sette metri per undici di ProVita comparso e poi rimosso in Via Gregorio VII. “Ovviamente – ha specificato il presidente della Commissione Commercio, facendo riferimento al regolamento che vieta contenuti pubblicitari lesivi “del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici” – non esiste un controllo preventivo rispetto ai contenuti delle affissioni, anche perché diventerebbe una specie di ‘ufficio censura’, e questo non è accettabile. Ci si affida alla coscienza dei privati che acquistano gli spazi e nel caso si interviene, su segnalazione, il prima possibile”.

Citizen Go e le critiche al manifesto – Tra le campagne di Citizen Go, anche quelle contro la decisione dei giudici inglesi sul caso di Alfie Evans e per l’abolizione dell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali dipendente dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri). Motivo: “Ha disposto e finanziato con 10 milioni di Euro la Strategia Nazionale Lgbt: un enorme campagna per diffondere in tutti gli ambiti della società, a cominciare dalle scuole, le istanze politiche e culturali delle associazioni Lesbiche-Gay-Bisessuali-Transessuali”. Sul manifesto interviene la responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale, Loredana Taddei, che chiede al Comune di rimuovere i manifesti perché fanno parte “di una campagna di disinformazione contro le donne, la loro salute e la loro libertà di scelta. Ricordiamo – aggiunge – che in altri Paesi europei, come la Francia, fare pressioni per convincere le donne a non abortire è un reato, e riteniamo debba diventare tale anche in Italia”. Anche Stefano Fassina, consigliere di Sinistra per Roma, chiede la rimozione dei cartelloni che rappresentano l'”ennesimo manifesto contro l’autodeterminazione delle donne” e che la capogruppo della Lista Civica Zingaretti Marta Bonafoni definisce “un attacco violento alle donne, alla libertà di scelta ed alla battaglia, anche degli uomini, contro la violenza di genere”. E sono tante anche le polemiche sui social, da Twitter a Facebook, dove tanti utenti hanno postato anche l’immagine del cartellone.


La scritta compare nella capitale a pochi giorni dalla Marcia per la Vita, prevista il 19 maggio a Roma alle 14.30 a Piazza della Repubblica e promossa dai movimenti pro-life. L’appuntamento italiano, peraltro, precede di pochi giorni il 40° anniversario dall’introduzione della 194 – per la quale l’Unione Donne in Italia ha già diffuso nelle sue sedi locali la decisione di una mobilitazione nazionale da 22 al 26 maggio – e il referendum in Irlanda sull’abrogazione dell’ottavo emendamento, la legge che – di fatto – rende l’aborto illegale. In occasione di questa consultazione, Google, Facebook e YouTube hanno sospeso qualsiasi tipo di messaggio propagandistico per “garantire la neutralità della campagna in tutte le fasi”.

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