Alla fine è stato rimosso, come avevano chiesto a gran voce le donne e l’associazione Aurelio in Comune che aveva indetto per domani una manifestazione di protesta.

Da giorni un maxi poster antiabortista di sette metri per 11 campeggiava sulla facciata di un palazzo in via Gregorio VII, a Roma. Si trattava del più grande manifesto mai esposto dal movimento ProVita  che raffigurava un feto nel grembo materno con la scritta “tu eri così a 11 settimane” – ma anche del più pesante attacco finora sferrato dal movimento alla libertà di scelta delle donne.

C’era molto di grave in quel manifesto e nel fatto che era stato autorizzato.

C’era di grave, in primo luogo, che si rivolgesse a un feto come fosse un bambino che ha rischiato di essere ucciso e, subito dopo, che si rivolgesse alla madre come possibile carnefice di quell’infanticidio sventato.

C’era di grave che fosse stato autorizzato: in Italia l’interruzione di gravidanza è regolata da una legge dello Stato (la 194) che definisce i criteri entro i quali praticare ma anche non praticare l’aborto, stabilendo i limiti temporali proprio in base alle settimane di gravidanza.

C’era di grave, che non rispettasse le scelte delle donne (ma direi anche delle coppie) e tutte quelle storie personali e individuali, che le hanno portate verso questa decisione. Chi parla di vita, dovrebbe prima di tutto rispettare quella delle persone e provare solo per un attimo a immedesimarsi in una donna che ha abortito o che magari ha subito un aborto spontaneo – perché anche questo dobbiamo considerare – e passa davanti a quel manifesto.

Ecco perché quel manifesto era sbagliato e violento: sbagliato, perché in base alla legge 194 non ci si può rivolgere a un feto come fosse un bambino neonato; violento, per l’immagine che usa, perché antepone la vita del feto a quella delle donne che tornerebbero a morire di aborti illegali e perché le equiparava ad assassine che hanno compiuto un infanticidio, buttandogli addosso tutte le accuse del mondo.

Quel manifesto non scuoteva le coscienze, semmai colpevolizzava, non dava adito a ripensamenti, semmai a dolore e confusione. In un Paese in cui la legge 194 sull’interruzione di gravidanza è sempre più sotto attacco, una trovata del genere non tutela la vita, semmai la svilisce.