Cento donne sulla Monteèe des Marshes e un solo pensiero: parità di genere in tutto e per tutto. E dunque “Saliamo” è stato l’accorato appello di Cate Blanchett che della gradinata a tinte rosa era la guida e portavoce. Ma il weekend al femminile del Festival di Cannes – tuttora in corso – è rappresentato soprattutto dalla presenza quasi totalizzante di titoli di registe donne concentrate nella due giorni. Per quanto riguarda il concorso ufficiale, a rappresentarle sono la nostra Alice Rohrwacher (stasera il suo Lazzaro felice) e soprattutto la francese Eva Husson al cui Les filles du soleil l’esercito delle 100 donne di cui sopra ha militato sabato sera quasi a simboleggiare l’esercito delle combattenti curde di cui il film racconta.

Al centro è infatti la tristemente nota resistenza delle soldatesse del PKK, costrette a diventare tali dopo essere state abusate, imprigionate, ridotte alla “non esistenza”. Nel momento in cui riescono a sopravvivere si dedicano alla guerra, condividendo una dottrina marxista. La storia del martoriato e ancora non riconosciuto (politicamente) Kurdistan è qui segnalata nel periodo fra la fine del 2014 e il 2015 quando ben 500mila curdi furono evacuati dal nord del Paese senza mai trovare pace. Mentre l’Occidente, dopo aver chiesto supporto ai curdi per combattere l’Isis, li ha abbandonati a loro stessi.

Opera d’importanza fondamentale sulla carta, purtroppo delude dal punto di vista cinematografico mostrando una debolezza drammaturgica (e quindi di scrittura alla sua base) piuttosto grave, considerando le aspettative che il film aveva rispetto a una tragedia umana, umanitaria e politica di tale portata. Oltre alla rivendicazione operata dalla regista di un film “simbolo” ovvero “fatto dalle donne sulle donne, sulla nostra rappresentanza anche nel cinema”. Più interessante dunque nel suo “backstage” che sul grande schermo, Les filles du soileil ha visto la diva iraniana ma residente in Francia Golshifteh Farahani protagonista assoluta nel ruolo della comandante delle “Figlie del sole”, un battaglione femminile dell’esercito curdo. “Da iraniana esule voglio dichiarare che non mi sento vittima esattamente come queste eroine curde”.

Ormai star anche hollywoodiana, la bellissima attrice è veterana di ruoli su donne curde, ben cinque, pure non essendolo. Ma a lei poco importa, “laddove ci sono donne che combattono per le libertà e dignità di esistere io sarò sempre felice e orgogliosa di rappresentarle. Per me le barriere non esistono. Semmai vado chiedendomi perché io sono diventata un’attrice simbolo di questo. Forse la risposta sta nel dolore delle mie ave: loro stesse hanno vissuto tante ingiustizie e forse mi porto un karma nei termini di responsabilità a dar voce a tali istanze”.

E iraniano come lei ma notoriamente “prigioniero politico” in patria è il regista Jafar Panahi, il cui titolo in concorso è stato ieri sera di scena sulla Croisette. Purtroppo assente come prevedibile ma “presente” sulla sedia vuota intitolata al suo nome, Panahi ha imbastito un film dalle sembianze non politiche interamente girato e ambientato al confine iraniano con l’Azerbaijan. Dal titolo 3 Faces (Se rokh in farsi) racconta di una famosa attrice (Behnaz Jafari nel ruolo di se stessa) che proprio con Panahi (anche lui interprete di sé) intraprende un viaggio alla ricerca di una giovane apparentemente suicida per l’impossibilità di fare la scuola di cinema a Teheran come desiderava. Una sorta di noir dentro al road movie che unisce la classica poesia di Panahi a una chiara metafora sul senso dell’impedimento alla libera professione artistica nel suo Paese. In suo nome hanno parlato le attrici e il direttore della fotografia presenti: “Jafar ha fatto il film che voleva ma la sua speranza intramontabile è che possa uscire in Iran, come vorrebbe anche per gli altri suoi film perennemente censurati”.