Cambiano i partiti di governo, cambiano le leggi elettorali, ma è sempre il Senato il posto in cui viene messa davvero alla prova la tenuta di una maggioranza. Se l’accordo tra Cinquestelle e Lega si farà davvero, l’esecutivo che nascerà durante la prossima settimana avrà nell’Aula di Palazzo Madama l’ostacolo più alto da saltare. Magari non al primo voto di fiducia, ma più probabilmente nel prosieguo della legislatura che non si capisce ancora se sarà a tempo o a durata completa, di 5 anni. Ad oggi M5s e Lega hanno un margine di tranquillità perché il loro governo ottenga la fiducia. Come ai tempi della caduta del governo Prodi II, come ai tempi dei Responsabili di Berlusconi, come ai tempi delle stampelle di Verdini ai governi renziani, ancora una volta, anche in questo Parlamento definito “del cambiamento”, sarà comunque Palazzo Madama a misurare lo stato di salute della maggioranza.

Alla Camera Luigi Di Maio e Matteo Salvini possono contare su un minimo di 346 voti, laddove la soglia richiesta è a 316 poiché l’assemblea è composta da 629 deputati per i problemi di redistribuzione dei seggi scattati dai listini proporzionali dovuti al Rosatellum. A questi 346 si possono aggiungere i 5 sospesi dai Cinquestelle prima, durante e dopo le elezioni del 4 marzo. Silvia Benedetti e Andrea Cecconi sono al secondo mandato a Montecitorio e nella precedente legislatura hanno dato sempre prova di fedeltà alla linea ufficiale del movimento: sono finiti fuori dal gruppo per il caos sui rimborsi al fondo Pmi. Poi ci sono i nuovi: Catello Vitiello (espulso perché massone), Salvatore Caiata (espulso perché non aveva comunicato di essere indagato) e Antonio Tasso (che aveva omesso una vecchissima condanna quasi bagatellare).

Tutt’e cinque sono iscritti al gruppo Misto e hanno aderito al sottogruppo del Maie, il Movimento degli italiani all’estero, nonostante siano stati eletti tutti in circoscrizioni italiane. Loro spiegano di essere stati solo sospesi e in attesa del giudizio dei probiviri del M5s e quindi sono confluiti nel Misto “ma con la ferma volontà di condividere i valori, le idee e il programma dei pentastellati”. L’iscrizione al Maie, invece, hanno aggiunto, “muove dall’esigenza di tracciare un percorso comune che possa rappresentare e portare avanti l’idea di politica che si vuole perseguire, con la possibilità di godere di maggiori spazi in termini di risorse e di tempistiche per gli interventi in aula”. Qualsiasi cosa farà il sesto e ultimo componente del sottogruppo del Maie, Mario Borghese, ma in ogni caso il voto di questi 6 non sarà determinante.

Al Senato invece il margine è parecchio più stretto: gli iscritti ai due gruppi dell’alleanza gialloverde sono 167 e la soglia per la maggioranza è 161, visto che tra eletti e a vita i senatori sono 320. Anche al Senato ci sono due espulsi che probabilmente sono solo sospesi e anche in questo caso si tratta di esponenti storici del M5s, Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, entrambi finiti nella vicenda dei rimborsi dovuti dai parlamentari Cinquestelle al fondo per le piccole e medie imprese. Sono iscritti al gruppo misto (e non al Maie come riportato in una prima versione di questo articolo), ma sono stati sempre due ortodossi del Movimento e quindi è probabile che voteranno con la maggioranza.

A differenza degli ultimi 7 anni è quasi impossibile che facciano da mini-stampella i gruppetti delle minoranze linguistiche, sempre pronti a votare sì più o meno a qualsiasi governo in nome della responsabilità e della stabilità. Il Patt trentino, la Südtiroler Volkspartei altoatesina e l’Union valdostana sono tutti di orientamento europeista. In più non aiuta a facilitare i rapporti la battaglia di un anno fa con la quale i Cinquestelle cercavano di parificare il sistema elettorale del Trentino Alto Adige con quello del resto d’Italia.

Tutto da scoprire, infine, il voto dei 6 senatori a vita: il premio Nobel Carlo Rubbia e l’architetto Renzo Piano non sono iscritti a nessun gruppo e praticamente si presentano in Aula solo per i voti di fiducia; la scienziata Elena Cattaneo e il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sono iscritti al gruppo Per le Autonomie; l’ex presidente del Consiglio Mario Monti e l’unica nominata di Mattarella, Liliana Segre, sono iscritti al gruppo Misto.

Ma, messi da parte i senatori a vita che sulla carta non hanno doppi fini, è difficile che immersi nel grande mare dei neoeletti non ci siano parlamentari pronti al soccorso d’emergenza in favore del governo, anche uno qualsiasi.

Aggiornato da Redazione web alle 13 dell’11 maggio