Meriterebbero una standing ovation. In un Paese come il nostro, poi, dove la furbizia è uno dei principii su cui si incardinano le carriere e il successo, non ci stupiremmo un domani di vederli ricoprire qualche incarico di prestigio.

Onore al merito, dunque, a chi ha smentito in maniera plateale la presunta inutilità della Posta elettronica certificata, a chi ha dimostrato che è uno strumento di facile uso anche per i meno esperti, a chi ha dato prova dell’efficacia e della rimuneratività del telelavoro, a chi ha mostrato perseverante attaccamento al proprio lavoro e alla professionalità faticosamente maturata con anni di esperienza.

E’ la storia di Giuseppe Cesare Tricarico, di suo fratello Davide e di altri volenterosi truffatori online che invece di impigrirsi – a causa dello stato di detenzione agli arresti domiciliari – hanno proseguito a cimentarsi in azioni criminali senza sedersi sugli allori ma continuando a perfezionare il loro operato.

Loro, già protagonisti dell’operazione “Piscatores” mandata a segno dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria nel 2016, sono tornati alla ribalta della cronaca giudiziaria.

I carabinieri, non tenendo conto che Tricarico e la sua banda non temono affatto i blitz etichettati con aulici nomi in latino – li hanno catturati al termine dell’operazione “Fraudatores” (degna risposta al precedente servizio delle fiamme gialle). Mentre il Commissariato di Polizia (cui toccherà il prossimo round) ha già messo mano al Castiglioni-Mariotti e al Badellino-Calonghi-Georges (ecco a cosa servono i ricordi ginnasiali dei dizionari più diffusi) per trovare un nuovo appellativo per le prossime indagini su questi soggetti, torniamo ad essere seri e vediamo cosa è successo.

I “signori” vantano un discreto palmares in tema di associazione a delinquere, truffe online, riciclaggio e accesso abusivo a sistemi informatici, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso o sistemi telematici, falsità in scrittura privata, sostituzione di persona, possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi.

Due anni fa avevano “scippato” un po’ di correntisti di Ing direct, trasferendo ingenti somme di denaro dai loro conti correnti ad altri naturalmente intestati a persone inesistenti. Oltre un milione di euro il bottino di quella razzia che era stata possibile attraverso una paziente attività di phishing (che ha generato il fantasioso titolo “Piscatores”). La vicenda vide anche finire in manette anche l’assessore allo sport (forse aveva frainteso la pesca praticata da Tricarico) del Comune di Grotteria.

Stavolta, da quel che è dato sapere, sfruttando account farlocchi di posta elettronica certificata (creati tramite provider specializzati come Aruba e Legalmail) e alterati alcuni elenchi istituzionali contenenti indirizzi mail “affidabili”, hanno messo in atto un phishing più evoluto che ha portato a sgraffignare le credenziali di risparmiatori che non potevano immaginare un così sofisticato tranello.

Grazie alle pec fasulle hanno svuotato centinaia di conti correnti di clienti di numerosi istituti di credito (tra cui Banca Mediolanum, Banca Fineco, CheBanca! e Barclays Bank) e, per dar prova della loro modernità, i gangster digitali si sono pure affrettati a commutare subito il denaro sottratto in profittevoli bitcoin.

Mala tempora currunt.

@Umberto_Rapetto

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