Il fiato che diventa corto, il cuore che martella in petto. Solo perché era il momento di entrare in classe. ‘Andrea’, 16 anni, se lo ricorda ancora quel giorno di dicembre, poco prima del Natale di due anni fa, quando due compagni di classe gli strapparono la tasca del giubbino. Fu l’inizio di una persecuzione che ieri ha portato all’arresto dei due bulli che per quasi due anni lo hanno tormentato: insulti, botte e anche il furto dei soldi per la merenda. Studenti come lui di un istituto tecnico, ragazzi come lui che sono stati presi in consegna dai carabinieri di Zogno, in quella parte della provincia di Bergamo che comincia a essere montagna. Sono stati portati in una comunità su ordine del gip del Tribunale per i minorenni di Brescia, Laura D’Urbino, “dove potranno apprendere le regole della civile convivenza e comprendere la gravità dei comportamenti”. Anche se per il giudice i due bulli, accusati di minacce e lesioni, hanno dimostrato di essere incapaci “di provare un minimo di empatia nei confronti della vittima e del suo dolore”. Sì perché “Andrea” è un ragazzo speciale, con una lieve disabilità che però per i due compagni diventava il pretesto di vomitargli in faccia la loro violenza: “Faccia gialla” dicevano, “Dsa del cazzo” urlavano, “ritardato, coglione, figlio di puttana” sibilavano. Solo perché il loro bersaglio aveva qualche difficoltà a esprimersi e nello studio.

Un mese dopo l’episodio della tasca è iniziato lo strazio: il ragazzino è stato spinto e ancora spinto negli spogliatoi della palestra, usato come fantoccio da far rimbalzare da una parte all’altra, fin quando non è rovinato a terra sbattendo la testa contro una panchina. Sette giorni di prognosi e tanto dolore alla schiena. Anche in classe “Andrea” doveva subire, come poi hanno confermato gli altri compagni e anche i professori. Spariva di tutto: quaderni, libri e lo zaino veniva usato come una palla da lanciarsi da un punto all’altro dell’aula. A volte la schiena del 16enne diventava un pungiball e il suo collo finiva nella morsa di un braccio fino a fargli mancare l’aria. E poi non restituivano mai gli spiccioli che chiedevano per comprarsi la merenda: glieli prendevano e basta come se fosse una tangente.

I due teppisti entravano in azione anche separatamente. E così quando ‘Andrea’ ha raccontato ai suoi professori il disagio, quell’ansia e quella sofferenza che gli venivano inflitti uno dei due lo ha minacciato: “Se esce il mio nome al consiglio di classe fuori da scuola prendi un sacco di botte”. Dopo le minacce è arrivato l’interrogatorio: “Cosa hai detto?” ha chiesto l’aggressore spingendolo contro una finestra; “Se hai il coraggio parliamone fuori che la risolviamo a mani. Ti ammazzo di botte!”. E così che “Andrea”, che il coraggio di denunciare lo ha avuto, ha cambiato scuola. Il suo racconto agli investigatori è stato lungo: un rosario di episodi violenti e continui, e poi quella paura che partiva dallo stomaco, quell’ansia che gli opprimeva il petto. Tutto confermato dalle dichiarazioni dei compagni di classe e degli insegnanti che probabilmente non si erano resi conto fino in fondo della sofferenza della vittima. E anche se i due bulli sono stati sospesi nel gennaio scorso per il giudice per le indagini preliminari è possibile che usino ancora la “violenza” e la “prevaricazione” contro altri come hanno già fatto con il loro compagno “più debole e sfortunato”. Questo perché anche altri ragazzi sono stati bersaglio di “atti persecutori”.  Come del resto capita secondo i dati Istat al 9,1% degli studenti tra gli 11 e i 17, mentre il 50% è stato almeno una volta offeso.

‘Andrea’ però era quello su cui i due compagni esercitavano “un vero e proprio accanimento”. Due ragazzini pericolosi che potrebbero dimostrare la loro cattiveria anche lontano dai banchi e quindi da ospiti di una comunità dovranno cominciare a esercitare valori quali la solidarietà e sentimenti come l’empatia diventando volontari con ragazzi disabili. Anche perché restare nelle loro case con le loro famiglie potrebbe essere inutile visto che – scrive il gip chiudendo la sua ordinanza di custodia, caso davvero raro quando si tratta di minorenni – “è lecito dubitare della adeguatezza in ragione del fallimento del compito educativo”.