Finita la design week? Macché, c’è chi si è messo subito al lavoro. E’ Gilda Boiardi, madre e madrina del Fuori Salone, catalizzatore multi-eventi. E’ lei, direttrice storica di Interni, il primo mensile di design in Italia, ad averlo inventato. Per l’esattezza nel ’90, precisa: “Il Salone in quel anno cambiò calendario e da settembre si spostò ad aprile. Cosa fare, mi rivolsi ad alcune gallerie di amici, un gruppo di sognatori, e così nacque il Fuori Salone”. Praticamente esordisce come tappabuchi? Sorride Gilda, che ti guarda attraverso i suoi occhialoni madreperlati di design.

Lei sta al Design come Franca Sozzani, storica direttrice di Vogue, sta alla moda. Facciamo un po’ di conti: 435mila alla fiera di Rho, 200mila alla Statale, diecimila allo spazio Fornasetti… e si potrebbe continuare. C’è stato il grande balzo: più del 20% di presenze rispetto allìanno scorso. “Direi anche il 40%. Non ci aspettavamo proprio certi numeri”. È come avere l’Expo in casa, ogni anno, perché allora non prolungarlo? “Le installazioni alla Statale e all’Orto Botanico sono rimaste fino al 29 aprile. Stiamo ragionando con l’assessore al commercio Cristina Tajani di estenderlo ancora come calendario, ma ci sono problemi relativi ai costi di manutenzione, personale di sorveglianza, assicurazione, affitto dei posti pubblici. Il tutto richiederebbe per gli sponsor uno sforzo economico notevole”.

Un tappeto umano per le strade, come fare a contenere il pubblico della movida al quale il Design interessa ben poco, da farlo diventare il Sagrone del Mobile. “E’ la festa della città, di tutti, impensabile renderlo a numero chiuso”. Perché Milano non ha ancora il museo del Design con installazioni che potrebbero diventare permanenti? “Certo sarebbe importante lasciare qualcosa alla città, anziché smontarle e metterle in “soffitta”. Intanto abbiamo portato il nostro circuito a Parigi, Valencia, Stoccolma, New York. Il Format Fuori Salone è un working progress. Sto già lavorando a quello dell’anno prossimo”. Intanto ha già le valigie pronte per New York, per la ICFF (International Contemporary Furniture Fair) che in confronto al nostro sembra un carrozzone di paese. “Vado per fiutare l’aria. Nuove “proposte” non ci saranno, Milano rimane la vetrina global del mondo. Milano compete solo con se stessa”.

Il genio non ha età – E la Milano d’intelletto chic festeggia stasera al teatro degli Arcimboldi (repliche fino a domenica) Pierre Cardin, il decano di tutti gli stilisti, e i suoi 70 anni di carriera. Ma lui a 96 anni continua a disegnare e sopratutto a progettare. Geniale fu già la scelta di cambiare nome e di trasferirsi a Parigi: all’anagrafe di Treviso risulta di fatto Pietro Cardìn, con l’accento sulla i. Si è tolto ogni sfizio, è stato il sarto di mezza Hollywood ma ha anche disegnato le divise dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina. Adesso ha lasciato il pret a porter, visto che si scopiazzano tutti.  A lui piace distinguersi. Per lui il corpo è un liquido che prende la forma del vaso, cioè dell’abito. Per lui non esistono donne brutte, ma solo quelle che non sanno valorizzarsi.

Pierre Cardin a Venezia a margine della cerimonia di consegna del Leone d’Oro

Quasi pronto a lasciare il suo impero, che vanno dalle boutique, all’alta moda, ai profumi passando per i ristoranti, al suo erede artistico, il nipote Rodrigo Basilicati, designer, ultima sua creazione sono gli occhiali Evolution 5. Il mecenatismo è una questione di DNA: è di Rodrigo il progetto dell’eclettica mise en scene con danze di Thibault Servière, regia di Emanuele Gamba, stasera all’Arcimboldi, tournée che terminerà al Teatro San Carlo. “Dorian Gray, La Bellezza non ha pietà”, è una riflessione sull’immortalità della bellezza e sul suo valore: seduzione e provocazione su domande esistenziali fortemente contemporanee. Ci sarà stasera alla sua festa a stringere mani e a fare brindisi lo schivo Monsieur Cardin? “Concedetemi il lusso di decidere all’ultimo minuto”. Mais Oui.

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