La Procura generale della Repubblica di Navarra ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza che ieri ha condannato solo per ‘abuso’ e non aggressione sessuale i cinque sivigliani membri del branco che due anni fa hanno stuprato una ragazza alla festa di San Firmin a Pamplona. I cinque, di età compresa fra 27 e 29 anni, sono stati condannati a 9 anni di carcere per “abuso sessuale” e assolti dall’accusa di “aggressione sessuale” (la procura chiedeva 20 anni), per l’assenza di violenza e intimidazione. E uno dei tre giudici della Navarra si era addirittura pronunciato per l’assoluzione completa. Una sentenza che ha scosso la Spagna e che ha portato in piazza migliaia di persone ieri oggi, da Barcellona a Siviglia. Migliaia i post online con l’hashtag #YoTeCreo. E anche il governo si è scagliato contro la sentenza e “dalla parte delle vittime”: il ministro della Giustizia Rafael Catalá ha chiesto a una commissione del dicastero di rivedere ed eventualmente attualizzare i reati di tipo sessuale inclusi nel codice penale aggiornato al 1995.

Le proteste – Ieri cortei si erano tenuti a Barcellona, nella capitale Madrid e anche in altre città della Spagna, compresa Siviglia, città natale dei cinque. Oggi i manifestanti si sono radunati di nuovo davanti alla Corte di Pamplona che ha emesso la sentenza, gridando ‘Non è abuso sessuale, è stupro’, e tenendo cartelli sui quali si leggeva ‘Palazzo di ingiustizia’. Altre proteste sono in programma in città per domani 28 aprile, secondo quanto ha annunciato il Movimento delle donne di Pamplona. L’indignazione per il verdetto segue l’ondata di movimenti di protesta femministi avviati nel mondo con la campagna #MeToo contro molestie e aggressioni sessuali.

 

La vicenda – I cinque avevano anche filmato tutto con gli smartphone, vantandosi poi dei fatti su un gruppo WhatsApp, in cui si riferivano a loro stessi con la parola La Manada, cioè “il branco”. In Spagna il reato di “abuso sessuale” implica che non ci sono state “violenza o intimidazione“; ed è stata evitata l’accusa di aggressione sessuale, che comprende i casi di stupro. I giudici del tribunale di Pamplona, nella regione di Navarra nel nord del Paese, hanno condannato i cinque a nove anni di carcere e hanno stabilito che sarà vietato loro di avvicinarsi a meno di 500 metri dalla vittima e contattarla, per 15 anni; dovranno inoltre versarle, insieme, un indennizzo di 50mila euro.

La pena inflitta è di gran lunga inferiore rispetto a quanto avrebbe voluto la procura, che aveva chiesto 22 anni e 10 mesi di reclusione contro ognuno dei membri del gruppo e 100mila euro di risarcimento in totale. La decisione ha scatenato un’ondata di proteste e centinaia di persone si sono raccolte davanti al tribunale gridando ‘È stupro, non abuso’. ‘Ti crediamo, sorella’, si leggeva su alcuni cartelloni portati al sit-in, nelle immagini mandate in onda dalle tv spagnole.

“Sono indignata per il fatto che dopo uno stupro di gruppo tu debba anche soffrire la violenza di una giustizia patriarcale”, ha scritto su Twitter la sindaca di Barcellona, Ada Colau, in un messaggio diretto alla vittima. “Non sei sola, oggi saremo migliaia a scendere in strada per unire le nostre voci alla tua”, ha aggiunto. Anche la vice premier Soraya Saenz de Santamaria ha commentato, dicendo che nonostante le sentenze dei giudici vadano rispettate, le autorità devono analizzare cosa è successo “per evitare che comportamenti del genere avvengano di nuovo in questo Paese“.

Durante il processo, che si è svolto nell’autunno scorso, i procuratori avevano sostenuto che c’era stata una “grave intimidazione” e che questo aveva “impedito la resistenza o la fuga”. Gli avvocati della difesa, invece, avevano sostenuto che la vittima fosse consenziente, evidenziando che prima aveva bevuto della sangria e che nelle immagini non sembrava mai dire ‘no’; avevano riconosciuto soltanto che la gang aveva rubato il cellulare della ragazza. Ma i procuratori avevano sottolineato che la vittima aveva incontrato gli uomini solo sette minuti prima dell’incidente e non conosceva neanche i loro nomi. Questo aveva scatenato un’ondata di proteste in Spagna, con lo slogan ‘Sì, io ti credo’, anche sui social network; e proteste di strada si erano tenute a Madrid e in altre città spagnole a novembre. I cinque, arrestati all’indomani dei fatti, sono da allora agli arresti. Uno degli accusati è membro della Guardia civile, attualmente sospeso dalle funzioni, e un altro era membro dell’esercito. Diversi di loro erano ultrà della squadra di calcio del Siviglia.