Reporters sans frontières ha pubblicato il suo annuale rapporto sullo stato di salute della libertà di informazione nel mondo. L’Italia ha guadagnato sei posizioni, ora si trova al 46° posto, alle spalle degli Stati Uniti. Un positivo miglioramento che, tuttavia, mantiene il nostro Paese in una posizione grigia all’interno della stessa Unione Europea. Questa collocazione, confermata anche dai più accreditati rapporti internazionali, discende da una molteplicità di fattori.

La mancata risoluzione del conflitto di interessi, la debolezza delle normative antitrust, il controllo politico sulla nomina del gruppo dirigente del Servizio pubblico, la mancata abrogazione dei reati di opinione e la conseguente previsione del carcere per i cronisti sono le questioni strutturali che da anni vengono segnalate e che (puntualmente) non trovano risposta da parte del legislatore nel mutare dei governi e della maggioranza.

A questi elementi si sommano – come rileva il rapporto – anche le intolleranze dei vecchi e dei nuovi partiti e il dilagante vizio di aggredire i cronisti, di stilare le liste dei cronisti sgraditi, di lodare gli amici e di manganellare i nemici. Il rapporto non manca di puntare il dito anche contro il Movimento 5 stelle ma, purtroppo, tali comportamenti sembrano unificare trasversalmente gli schieramenti politici. L’anomalia italiana, tuttavia, è rappresentata dal numero eccessivo di cronisti minacciati e costretti a vivere “sotto scorta”. Si tratta quasi sempre di chi indaga su mafie e corruzione e sulle connessioni tra criminalità e pezzi dello Stato.

Sono 19 i cronisti posti sotto vigilanza diretta e continuata, quasi 200 quelli segnalati per aver ricevuto minacce e avvertimenti. Si tratta di numeri rilevati dallo stesso ministero degli Interni e che non hanno riscontro nel panorama europeo. Una vera e propria emergenza democratica perché chi prende a “testate” il diritto di cronaca ha come obiettivo il diritto dei cittadini ad essere informati e vuole impedire che le luci dell’informazione possano illuminare i territori conquistati dal malaffare e dalla corruzione.

Non sappiamo chi costituirà il prossimo governo e quale maggioranza lo sosterrà. Ci piacerebbe, tuttavia, che partiti e movimenti vecchi e nuovi concordassero almeno sulla necessità di approvare una legge sul conflitto di interessi e di sanzionare in modo esemplare chi molesta il diritto di cronaca non solo attraverso le minacce fisiche ma anche attraverso le “querele bavaglio”, quelle scagliate dai potenti per intimidire i giornalisti che ancora tentano di mettere il naso nei loro loschi affari. Il querelante temerario, in caso di archiviazione o sconfitta in aula, dovrà lasciare la metà della sua richiesta e versarla ad un fondo destinato alla tutela dei giornalisti precari e al pagamento delle spese legali.

Sino a questo momento la politica ha ignorato il tema. I cronisti “minacciati” hanno ricevuto molte solidarietà ma i provvedimenti legislativi si sono arenati prima del voto, senza mai trovare (salvo qualche lodevole eccezione) il sostegno delle maggioranze o delle opposizioni. Il governo che verrà avrà voglia di portare in aula almeno il conflitto di interessi e i provvedimenti a tutela del diritto di cronaca e dei cronisti “sotto tiro?”