Pochi, in fondo, si sono chiesti quanto sia stato difficile resistere. Fare il partigiano non è stato un semplice atto di anticonformismo, ma una disperata sfida di sopravvivenza.

L’esigenza di vita da una parte, contrapposta alla lugubre ricerca della morte dei combattenti fascisti. Scrive il milite della Repubblica sociale, Carlo Mazzantini riportando il discorso di un commilitone:

Diceva che l’Italia aveva bisogno del sangue (…) Diceva che la nostra vita non contava più niente
Non c’era rimasto altro: morire! Morire! Saper morire! 
Era uno dei nostri rovelli.
Tutta la nostra mistica del coraggio ruotava attorno a quella capacità di affrontare la morte.
Un uomo valeva per come sapeva morire.

Fra i partigiani la lotta per la sopravvivenza è animata da un rapporto quasi corporale con la terra. Mario Musolesi, il comandante “Lupo” della brigata Stella Rossa nell’area di Marzabotto, motiva i suoi uomini con queste parole:

Non dimenticate, compagni, quando sparerete colle vostre mitragliette contro il nemico, che la terra su cui combattete è vostra.

C’è il senso di una guerra di liberazione dall’invasore che saccheggia e profana i paesi, così come si intravede un desiderio di giustizia sociale, legato proprio a quella terra che tanti combattenti contadini vorrebbero, un domani, per loro.

C’è un futuro che illumina il cammino, ma quando si combatte il futuro è lontano. Bisogna mangiare ogni giorno, senza la cucina di una caserma che prepara il rancio e bisogna dormire ogni notte dove capita, dove è più sicuro, dove qualche civile, volente o nolente, offre ospitalità. Non si è sicuri neanche fra italiani: il Paese è spaccato e la minaccia fascista colpisce con le delazioni rendendo ancora più infido il territorio. Non c’è un ospedale dove portare i feriti e quando si è fortunati si può trovare un medico.

Quando si è assaliti dal nemico, quasi sempre superiore per uomini e mezzi, si deve scappare per ore, per giorni, ci si può ritrovare sbandati, in un posto che non si conosce dove i pericoli aumentano, lontani dal proprio gruppo che forse non c’è più.

Non è neanche facile andare d’accordo: i gradi nelle formazioni partigiane sono sanciti dalla credibilità dei designati. Si possono mettere in discussione le modalità di un’azione, la necessità o la direzione di uno spostamento.

La crudezza di questa vita è progressivamente temperata dagli aiuti alleati, dalla crescente organizzazione politica dei Comitati di liberazione delle città che inviano uomini e mezzi, dalla istituzionalizzazione del movimento che a giugno del 1944 si coordina con Comandi regionali, per quanto le formazioni mantengano un’ampia autonomia di azione e una forte vulnerabilità.

Nonostante la fragilità di una provvisorietà perenne, il movimento partigiano non si sfalda, anzi aumenta i suoi effettivi anche dopo le sconfitte e i rastrellamenti. Quando si capisce che cosa lo tiene vivo, si è colto il senso autentico dell’esperienza resistenziale: il rifiuto dell’«ordine» nazista, il rifiuto del passato fascista che la mussoliniana Repubblica sociale cerca di reincarnare.

Le formazioni partigiane in molte zone chiave – come la Linea gotica sulla dorsale appenninica tosco-emiliana – riescono a insidiare l’esercito nazista, costretto a modificare i suoi piani e a stabilire una strategia di contrapposizione. Diverse brigate, come la Garibaldi Bianconcini tra le altre, vincono anche scontri in campo aperto. Le continue imboscate partigiane all’esercito tedesco hanno abbreviato e facilitato l’avanzata anglostatunitense lungo la Penisola.

Ma la cronaca militare resta sempre arida rispetto all’entroterra umano di motivazioni rincorse giorno per giorno da giovani uomini e giovani donne, persone comuni cresciute troppo in fretta che volevano «solo» sopravvivere per godere di un’esistenza diversa.