L’attacco anglo-franco-americano ci dice molto della volontà occidentale rispetto al disimpegno in Siria.

di Federico Maiocchi

Il 10 aprile, qualche giorno prima dell’attacco missilistico a guida statunitense contro il regime di Damasco, è uscito un interessante articolo di Stephen Walt per Foreign Policy dal titolo “America can’t be trusted anymore”. L’articolo evidenzia come gli Stati Uniti sistematicamente non abbiano mantenuto gli accordi presi con i cosiddetti “Stati canaglia”; dalla Corea del nord alla Libia di Gheddafi, quando Washington si è relazionata con i regimi non democratici molto spesso non ha rispettato i patti da lei stessa siglati. Niente di eclatante se si intende la politica tra le nazioni come il gioco della sopravvivenza tra grandi potenze in lotta per la gerarchia internazionale; lo stesso Walt cita il Dialogo dei Meli, “chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede”. Ma la prospettiva cambia se si introduce la variabile della virtù, o per meglio dire il presentare sé stessi come una potenza non solo invincibile, ma anche e soprattutto benevola. Come può dunque, in questo caso, la parola degli Stati Uniti risultare credibile nell’arena internazionale, se lo stato più virtuoso del mondo non mantiene i propri impegni con gli stati inseriti nella lista delle “canaglie”?

Oltre a ciò, è possibile pensare che l’America possa non essere più credibile anche da quello della capacità di imporre la propria volontà tramite la forza militare? Come la maggior parte degli studiosi di politica internazionale di matrice realistica hanno suggerito, la politica estera statunitense da un decennio almeno vive di una sorta di sindrome di auto-intrappolamento nel proprio potere.

Gli Stati Uniti, innanzitutto, non sembrano più in grado di gestire il loro strapotere militare. Non sono, come ogni democrazia nell’era post bipolare, in grado di sopportare perdite rilevanti in una situazione, quella di guerra, che per definizione prevede la possibilità della morte dei propri soldati, come Luttwak aveva già definito nella sua concezione di guerra post eroica. Gli Stati Uniti quindi non sembrano in grado di sopportare che ad un intervento militare seguano le naturali conseguenze di tale intervento. Affrontare una guerra significa farsi carico della responsabilità di condurla e, in un’ottica clausewitziana, vincere o perdere il duello.

Una responsabilità che gli Stati Uniti hanno cercato inizialmente di evitare tangenzialmente modificando la conduzione dei loro interventi attraverso la fantasia strategica della “guerra a costo zero”, cioè un intervento chirurgico che è tale solo per chi attacca; una strategia che ha pagato, come nell’intervento militare in Kosovo, ma che è diventata, in seguito ai disastri delle campagne militari in Iraq e Afghanistan, la modalità con cui Washington cerca di incidere in medio oriente pur senza esservi presenti materialmente. Gli Stati Uniti, quindi, non sembrano in questo momento storico avere la volontà di risolvere attraverso l’uso del loro strapotere militare, una qualsiasi vicenda internazionale. Un paradosso che ha pochi precedenti nella storia delle relazioni internazionali: la nazione militarmente più forte è al contempo la meno influente, poiché incapace di proiettare il proprio strapotere militare.

Ma non è solo questo il fattore principale che blocca la “Nazione necessaria”, per ricordare la formula con cui negli anni novanta il presidente Clinton definiva gli Stati Uniti come i garanti ultimi dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti non sembrano più in grado di gestire il “monopolio della verità”. Di più, e in conseguenza di ciò, non paiono più in grado di imporre il loro primato sulla giustizia internazionale, il potere cioè di stabilire insindacabilmente, che cosa sia lecito e cosa non lo sia nell’ordine internazionale e di punire le violazioni.

Fin dallo sciagurato intervento militare iracheno, gli Stati Uniti non hanno saputo mantenere il delicato equilibrio tra etica della responsabilità – la retorica dell’intervento umanitario e del primato delle democrazie – e un tipo di politica estera di matrice più realista, preferendo alla ricerca dell’equilibrio di potenza una sorta di equilibrismo tra il tentativo di continuare a presentarsi come i garanti dell’etica internazionale e il desiderio di sganciarsi, militarmente ed economicamente, dalle aree più calde del globo.

L’intervento missilistico in Siria dei giorni scorsi sembra andare in questa direzione. Da un lato, esso appare come un tentativo di contare nella vicenda siriana secondo la canonica modalità dell’intervento umanitario; intervenire, cioè, per sanzionare un crimine contro l’umanità che può essere risolto ormai unilateralmente, bypassando il coinvolgimento delle Nazioni Unite, che discutevano da giorni sulla creazione di una commissione d’inchiesta sull’utilizzo delle armi chimiche. Dall’altro lato, però, si limita a livelli quasi incredibili la concretezza di tale intervento, tanto da renderlo più che ininfluente, se non paradossale. In tale chiave deve essere visto infatti l’aver concordato con la Russia dove e che cosa colpire, una pratica che ha preso l’orwelliano nome di “De-Confliction”, e che più che la volontà di evitare un’escalation russo-statunitense sembra la testimonianza strategica americana di non volere altro che qualche giornata di attenzione mediatica, ben lontana dai propositi nominali di imporre il Diritto internazionale nel teatro siriano.

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