Carles Puigdemont, con la fuga messa in atto per evitare l’ordine di arresto per i reati di sedizione, ‘rebelión‘ (delitto contro la Costituzione assimilabile all’eversione dell’ordine democratico previsto dal nostro codice penale) e malversazione emesso dal giudice Pablo Llarena, è riuscito a creare non poche tensioni politiche tra Madrid e diverse cancellerie europee.

Agli imbarazzi con l’esecutivo belga – nella cui coalizione il movimento fiammingo vede con favore la causa indipendentista catalana – sono seguite le polemiche tra il ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis e il ministro di Giustizia tedesco Katarina Barley. Quest’ultima aveva ritenuto irreprensibile la decisione del tribunale tedesco che aveva scarcerato l’ex presidente, apprezzamento non gradito dal ministro iberico.

Puigdemont un obiettivo sembra averlo raggiunto: amplificare in ambito internazionale le rivendicazioni indipendentiste, svelare all’Europa la politica del premier conservatore Rajoy, ritenuta repressiva dai secessionisti. Uno dei legali di Puigdemont, l’inglese Ben Emmerson, in questi giorni ha denunciato che in Spagna lo Stato sta agendo come un regime repressivo erede di un passato fascista.

Mariano Rajoy freme, ha capito che la partita della propaganda può essere decisiva, è per questo che ha ripreso i contatti con i conservatori europei ottenendo dal premier tedesco, Angela Merkel, che la questione sia trattata come un fatto interno, senza implicazioni internazionali. Sul fronte politico, tuttavia, il primo ministro iberico temporeggia, non ha mai aperto una porta per avviare il dialogo con i separatisti, men che meno uno spiraglio per preparare una stagione di riforme costituzionali dirette a riscrivere il rapporto tra Stato e regioni autonome, o a valutare – emulando il modello scozzese – l’ipotesi della celebrazione di un referendum legalmente riconosciuto per l’autodeterminazione.

Un discorso tra sordi quello tra Puigdemont e Rajoy, con il primo che – dopo aver balcanizzato la società catalana – punta tutto sullo scontro frontale con Madrid, e il secondo intento a demandare la risposta dello Stato al campo giudiziario. Il decreto di scarcerazione dell’ex presidente della Generalitat dello scorso 5 aprile non ha chiuso del tutto i giochi, la procura generale di Schleswig-Holstein, il land, un tempo parte del Regno di Prussia, dove Puigdemont fu tratto in arresto, dovrà valutare in via definitiva la richiesta di estradizione sulla base del mandato di arresto europeo (Mae). La prima risoluzione favorevole al leader indipendentista ha stabilito che, non sussistendo il pericolo di fuga, non vi erano i presupposti per la carcerazione preventiva presso il penitenziario di Neumünster.

La pressione è aumentata negli ultimi giorni, i procuratori spagnoli hanno incontrato gli omologhi tedeschi, in una riunione nell’ambito di Eurojust tenuta all’Aja, l’occasione buona per discutere di aspetti tecnici delle procedure di estradizione e della integrazione di atti (verbali e video della Guardia civil registrati in occasione del referendum del 1 ottobre) utili a dimostrare – secondo la procura madrilena – l’elemento della violenza applicato alla insubordinazione. Per i legali di Puigdemont è solo una sceneggiata, ma è proprio sui nuovi atti giudiziari che il governo spagnolo torna a coltivare la speranza. La politica, invece, ha già perso.