di Roberto Ibba * 

“Laurea”. Come una semplice parola, così ricca di significati, possa essere motivo di grande soddisfazione, o piuttosto di vergogna e disperazione, ce lo dice la storia di Giada, 25 anni. Si è suicidata in un pomeriggio di aprile lanciandosi già dal tetto dell’edificio della Facoltà nella quale avrebbe dovuto discutere la tesi e dove peraltro si erano dati appuntamento amici e parenti per celebrare l’agognato traguardo. Il suo è stato un atto pubblico, non privato, volutamente plateale. Non credo, infatti, che psicologicamente possa definirsi un caso, che il suicidio sia avvenuto in quel luogo, in quel preciso momento. Che il gesto abbia valore di messaggio, è più che una semplice ipotesi: ma quale messaggio? rivolto a chi?

Mi ha particolarmente colpito il fatto che abbia telefonato al fidanzato, in punto di morte, prima di lanciarsi giù dal tetto. Secondo “Leggo”, sembrerebbe che lei abbia voluto ringraziarlo, ma non si sa esattamente di cosa. So solo che io ho percepito quel particolare comportamento come dissonante, beffardo, quasi a mostrare tutta l’amarezza, di chi (a torto) pensa di aver ricevuto più di quanto sia stata in grado di dare, in un gioco assurdo di “debiti e crediti” relazionali. Naturalmente sono solo congetture, perché non abbiamo contezza di ciò che sia avvenuto, c’è solo l’evidenza dell’ultima telefonata nella quale dice: «non ce la faccio!».

Mi piace pensare che Giada compiendo quel gesto disperato e irreparabile abbia comunicato a tutti noi quanto sia insensato il modo benpensante di affrontare le responsabilità della vita, che spinge a badare soprattutto ai risultati, e non invece all’individuo e alle sue piccole e grandi difficoltà. È dura per chiunque andare avanti, senza poter contare su qualcuno che ti dia un sostegno vero e disinteressato, qualcuno cui confidare tutte le debolezze e fragilità, che sia pronto ad accettarti semplicemente per quello che sei, ad aiutarti ad imparare ad amare te stessa, nonostante tutto. Il disagio psicologico, familiare o sociale, quando non adeguatamente affrontato, può dar luogo al sentimento di learned helplessness (impotenza appresa) di cui parla Seligman, che può trasformarsi in paura di non farcela, in disistima, suscitando convinzioni autodistruttive, come soluzione estrema al malessere interiore.

Noi tutti approcciamo alla vita, specialmente la vita di relazione, con gli strumenti che abbiamo, quelli che l’esperienza e la cultura ci rendono disponibili; talvolta però alcune situazioni richiedono sensibilità e metodi nuovi, che possiamo ricercare, anche attingendo ad altre fonti oltre a quelle già note, per costruire strategie di più adattive di hopefulness (fiducia, speranza per il futuro).

Questa storia così tragica, oltre al dolore che produce, può insegnare a tutti qualcosa riguardo il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Dietro ad un apparente atteggiamento di “normalità” in qualcuno può talvolta esserci (raramente, per fortuna) un disagio latente, che spinge a mostrare solo la parte di sé socialmente accettabile e a nascondere la propria sofferenza. Per Giada quando arrivò il momento in cui la parte inaccettabile di sé, con cui si era rigidamente identificata, che a lungo ebbe modo di evitare, venne purtroppo alla luce, ella diede seguito al giudizio rigido e spietato: applicò la condanna, la peggiore che potesse pensare. La trappola mentale (e mortale) scattò quando il vecchio gioco di evitare, di nascondersi dietro l’apparente normalità, non fu più sostenibile per lei; si sentì probabilmente senza speranza.

E allora mi sono chiesto: Giada a chi confidava i propri pensieri, le proprie difficoltà? Se vi fosse stato qualcuno disposto ad ascoltarla, mostrando una profonda accettazione di lei per quello che era veramente, le probabilità di suicidio non sarebbero forse del tutto annullate, ma certo diminuite. Skinner, uno dei più grandi psicologi del ‘900, diceva che “quando la nostra vita, i nostri pensieri, diventano interessanti per qualcun altro, diventano importanti anche per noi stessi”.

* psicologo e psicoterapeuta