Quali conclusioni – seppure provvisorie – si possono trarre alla chiusura del cerimoniale che prevede gli incontri tra le forze politiche emerse dal voto del 4 marzo e il presidente Mattarella? Il rito secondo cui ci si informa di cose largamente già note a tutti i partecipanti, protagonisti e comprimari.

In questa partita di poker con le carte truccate – cui hanno perfino dedicato un’opera di street art, subito rimossa – il dato più evidente è che nessuno dei quattro giocatori è in grado di proporre una strategia credibile; mentre ognuno persegue un proprio obiettivo ben diverso da quanto dichiarato (dare un governo all’Italia, all’altezza del drammatico declino in atto).

Al giocatore “che non capisce troppo” Luigi Di Maio, intento a riciclare l’ormai stucchevole canovaccio d’immagine (onestà, taumaturgia pentastellare e tutto il restante del repertorio), sfugge il non trascurabile particolare che i percorsi intrapresi dai suoi auspicati interlocutori portano ben lontano dal punto d’arrivo del suo sogno a occhi aperti: la consacrazione purchessia a premier.

Al giocatore “che sa il prezzo di tutto (e il valore di nulla)” Matteo Salvini, più che il varo di un governo interessa portare a compimento l’interminabile notte di San Valentino sottotraccia, iniziata con la mummificazione di Umberto Bossi, che svuoti il campo della Destra da ogni ulteriore ingombro. Dunque, il definitivo pensionamento di Silvio Berlusconi, possibilmente indolore; ma che tale non potrà essere se il pervicace ottuagenario non rinuncerà alla propria fregola protagonistica, da capocomico sfiatato. Risulta poco chiaro cosa qualcuno ci trovi di nuovo in questa ennesima congiura edipica, che usa come armi improprie per la pulizia etnica interna il vellicamento dei peggiori istinti reazionari del corpo elettorale; importando la più malsana paccottiglia prodotta dall’eclisse della ragione a Occidente (lepenismo xenofobo, putinismo, primatismo alla Trump, democratura in salsa post-comunista, ecc.). Un’altra incongruenza che sfugge al tenero Di Maio, alla ricerca di “partner veramente nuovi” da coinvolgere nei propri sogni.

Al giocatore “fuori tempo massimo” Silvio Berlusconi interessa solo salvare il proprio traballante impero imprenditoriale. Disegno impossibile se non si riesce a mettere in un angolo gli alieni “pauperisti”, rei di non essere mai stati al suo servizio. Per questo cerca di supplire alle scartine di cui ormai dispone (la pattuglia residua di fanciulle e ultrasettantenni dei quali è datore di lavoro, assicurando loro un seggio in Parlamento) con guittate sempre più patetiche e ormai moleste.

Al giocatore quarto incomodo “che si pretendeva rottamatore (ed era solo uno sfasciacarrozze)” Matteo Renzi, acquattato nell’ombra in attesa di consumare la propria vendetta, interessa soltanto che tutto vada a ramengo, illudendosi che ne possa derivare una nuova occasione per tornare in pista. Per questa ragione utilizza i cammellati con cui ha intasato gli organigrammi del PD e gli argomenti tossici con cui i fidi Matteo Orfini e Andrea Marcucci avvelenano i pozzi della discussione in seno al loro partito bisognoso di de-renzissarsi, allo scopo di far marcire tutto quanto gli gira attorno. In un inconscio “muoia Superbone e tutti i filistei”.

Dunque una partita di contrapposte inadeguatezze. Ai margini della più macroscopica inadeguatezza del gioco in atto a livello internazionale, con ricadute sul fronte mediorientale. Da un lato i demagoghi vendifumo, che interpretano sulla scena occidentale la parte che gli va strettissima di comandanti in capo: un Donald Trump che minaccia di scatenare l’arsenale missilistico stelle-e-strisce per deviare l’attenzione dai sui guai personali (come Bush jr. invadendo l’Iraq), seguito a ruota dalla Theresa May impiombata dalla Brexit e un Emmanuel Macron alla fine della luna di miele all’Eliseo. A fronte della più ributtante accozzaglia di despoti asiatici: Vladimir Putin, Tayyip Erdogan e gli ayatollah oscurantisti di Teheran.