È salito a oltre 30 uccisioni e migliaia di feriti, molti dei quali gravissimi, il bilancio delle proteste al confine di quella gabbia che è la Striscia di Gaza: ed è certamente destinato ad aggravarsi con il proseguire delle manifestazioni delle prossime settimane.

Tra gli altri hanno ucciso anche Yasser Murtaja che faceva il reporter ed era amico del mio amico Majed. Yasser era un trentenne sorridente; era diventato papà da poco, lo si vede felice nelle foto pubblicate in questi giorni dai suoi amici, con il suo bebè in braccio. Come la maggior parte dei suoi coetanei Yasser non era mai uscito da Gaza. Era lì, ai bordi della gabbia, per documentare le manifestazioni di venerdì scorso. Indossava il giubbino blu con la scritta PRESS. I cecchini israeliani hanno mirato giusto sotto la E; colpito all’addome, purtroppo è morto dopo poche ore.

Documentare quel che avviene a Gaza, raccontare della ignobile situazione cui è costretta la sua gente, tagliata fuori dal mondo, privata delle cure mediche e ormai anche di adeguato cibo e dell’acqua potabile, smentire con le immagini la propaganda che vorrebbe fare apparire tutti gli abitanti di Gaza come terroristi, è una delle attività più odiate da Israele e quindi pericolose. Si arriva al paradosso per cui il soldato che ha ripreso il suo commilitone sparare al palestinese disarmato (esultandone) è sotto procedimento disciplinare, mentre il soldato che ha sparato “meriterebbe una medaglia” secondo i rappresentanti del governo israeliano.

Non a caso Israele ormai da molti anni impedisce il libero accesso alla Striscia ai giornalisti: ci vogliono permessi speciali, specialissimi in taluni casi. A Gaza non si entra. Ma soprattutto da Gaza non si esce.

In mezzo alla tanta indifferenza che ha accompagnato i gravissimi fatti di Gaza delle ultime settimane, finalmente l’altro giorno la Procuratrice della Corte penale internazionale (Cpi) ha rotto il silenzio con un comunicato, uno statement, sulla situazione di Gaza.

In esso si legge che la Procuratrice sta “osservando con grave preoccupazione la violenza e il deteriorarsi della situazione nella Striscia di Gaza nel contesto delle recenti manifestazioni di massa […]”. E che, “la violenza contro i civili – in una situazione come quella predominante a Gaza – può integrare crimini ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, come anche l’uso della presenza di civili al fine di fare da scudo alle attività militari”. La Procuratrice avverte che il suo ufficio “continuerà ad osservare da vicino la situazione e registrerà ogni caso di incitamento o ricorso all’uso della forza illegittima. […] Il ricorso alla violenza deve smettere”.

Non può non notarsi tra le righe di questo statement la falsa impostazione che vorrebbe le due parti del conflitto (in questo caso l’esercito di Israele, da un lato, e i manifestanti palestinesi, dall’altro) come sostanzialmente pari. E quindi ecco un colpo al cerchio (basta violenza sui civili, Israele!) e uno alla botte (no all’uso dei civili come scudi, palestinesi!), in una ricostruzione dei fatti che appare appiattita su quella che è la faziosa propaganda del governo israeliano. E invece, come ben messo in luce da Human Rights Watch, le uccisioni dei manifestanti di Gaza altro non sono che omicidi premeditati, deliberatamente e preventivamente autorizzati dai vertici militari e di governo al di fuori di qualsiasi giustificazione giuridicamente accettabile.

Ma per lo meno il silenzio è stato rotto e, come fa sapere la Procuratrice, qualcuno sta osservando con preoccupazione. La Corte tra le righe ha lanciato un messaggio al governo israeliano: “Attenzione: stai superando la misura. Sono anni che ci tratteniamo, ma se vai avanti così sarà difficile anche per noi continuare a fare melina”. Perdonate il sarcasmo, non voglio apparire irrispettosa, anche perché onestamente ancora credo nella Corte penale internazionale. Forse sono una delle poche rimaste, ma sono convinta della intrinseca utilità della giustizia penale internazionale e della positiva funzione della Cpi di fronte alla commissione di crimini di portata internazionale che gli Stati non sono in grado di (o non vogliono) punire.

Tuttavia perché vi sia tale funzione positiva, sia in termini di deterrenza che di repressione, è necessario che la Corte sia efficace nel suo intervento. A onore di logica, in primo luogo è necessario che la Cpi intervenga tout court. Intervenga con quelli che sono i suoi strumenti, ossia quelli propri di un tribunale penale: indagini, mandati di arresto, processi e condanne. Non che le dichiarazioni, come quella dell’altro giorno su Gaza, non abbiano alcun valore. Ma sono dichiarazioni per l’appunto. Nessuna efficacia. Nessuna misura coercitiva. Nessuna condanna in senso proprio.

Sono ormai oltre nove anni che la Corte ha davanti a sé la questione dei crimini commessi in Palestina e non ha ancora fatto nulla. Già nel 2009, l’allora Autorità Palestinese aveva chiesto l’intervento della Cpi dopo la sanguinosa “operazione Piombo Fuso” a Gaza. Il Procuratore ci mise tre anni a decidere che non era in grado decidere sulla richiesta di intervento per via dello status incerto della Palestina come Stato. A seguito della decisione dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.2012) – che riconobbe alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite – la questione fu nuovamente portata davanti alla Corte dell’Aja: è formalmente dal gennaio 2015 che l’attuale Procuratrice sta valutando se aprire le indagini sui “presunti crimini” commessi in Palestina. Le condizioni per esercitare la giurisdizione sono integrate: la Palestina è ora uno Stato parte della Corte e ne ha accettato la giurisdizione sin dal giugno 2014. Tutti gli episodi successivi a quella data, che integrino crimini internazionali, rientrano quindi nella possibile sfera di competenza e di intervento della Corte.

Dopo decenni di occupazione militare illegittima, di aggressiva continua espansione delle colonie e sottrazione di terra palestinese, la creazione de facto di un sistema di apartheid, dopo tre offensive violentissime negli ultimi otto anni contro Gaza, oltre un decennio di blocco/embargo/assedio, imposto come regime punitivo contro la popolazione civile nel suo complesso, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, la privazione di ogni diritto fondamentale e della stessa dignità di esseri umani, la soppressione con forza armata sproporzionata e sovente letale di ogni protesta, se ancora non è giunto il momento di agire per la Cpi, quando mai giungerà? Se non ora, quando?