Quattro mesi di carcere, pena sospesa e non menzione della sentenza. È la condanna stabilita dal tribunale di Torino nei confronti di Davide Falcioni, giornalista di Fanpage che il 24 agosto 2012 aveva seguito alcuni militanti nel corso di una manifestazione di protesta dei No Tav terminata in uno studio di geometri e ingegneri impegnati nelle progettazioni di opere per la Torino-Lione. “Questa condanna è un bavaglio per la stampa. È pericoloso per la democrazia”, dice l’avvocato Gianluca Vitale .

Falcioni, all’epoca 29enne, era uno stagista del sito AgoraVox (diretto dall’attuale direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini). Stava passando alcune giornate in Val di Susa per scrivere un reportage sulle forme di protesta del movimento No Tav. Il 24 agosto, nell’ambito della campagna “C’è lavoro e lavoro”, un gruppo di militanti, tra cui molti giovani vicini al centro sociale Askatasuna, era andati alla sede della Geodata ed erano riusciti a fare irruzione all’interno dell’ufficio, dove avevano acceso un fumogeno e appeso uno striscione. Falcioni era entrato a vedere e ne aveva scritto. Nel 2015, dopo che aveva raccontato l’episodio come testimone durante un processo ai militanti, il sostituto procuratore di Torino Manuela Pedrotta aveva deciso di indagarlo per concorso in violazione di domicilio e su questo punto era stata irremovibile: “Non riesco a capire l’utilità di entrare dentro”, gli aveva chiesto nel corso del processo. “Non posso sapere prima cosa sarebbe accaduto”, ha risposto Falcioni. “Bastava chiedere dopo”, ha ribattuto la pm. Al ché il cronista ha replicato: “Ma io volevo vedere cosa facevano”.

“Il fatto è stato ammesso dallo stesso imputato – ha detto la pm nel corso della requisitoria -. L’imputato sapeva benissimo cosa stavano per fare e si è accodato agli altri. Ha visto citofonare ed è entrato tra i primi. Sono entrati con una scusa, quella della raccomandata e sono entrati come una falange”. Secondo Pedrotta, “il diritto di cronaca è stato riconosciuto dalla giurisprudenza qualora ricorrano determinate condizioni, tra cui l’interesse pubblico“. E in questo caso secondo lei non ci sarebbe stato. “Chi dice che il diritto di cronaca prevale sulla proprietà privata?”, ha chiesto al giudice Isabella Messina. Poi è andata a fondo contro Falcioni: “Non era nemmeno un giornalista, ma anche se lo fosse stato non era scriminato”.  Per questo aveva chiesto di condannare il cronista a sei mesi. Nella sua arringa difensiva, chiedendo l’assoluzione del giornalista, l’avvocato Vitale ha voluto premettere che “questo non è un processo ai No Tav, ma un processo alla libertà d’informazione”. Ha anche precisato che Falcioni non era ancora iscritto all’albo, ma poteva scrivere e pubblicare articoli perché “fa parte dell’attività propedeutica all’iscrizione. E poi il diritto di critica non richiede un tesserino in tasca”. Infine, invocando il diritto di cronaca, ha aggiunto che “Falcioni non vuole affidarsi al racconto di altre fonti se può essere lui la fonte di informazione. Va a cercarsi la notizia. Entra per descrivere, è come una telecamera”.

Stamattina, dopo le repliche, il giudice Messina ha condannato Falcioni a quattro mesi, pena lievemente inferiore a quella chiesta dalla procura. Una condanna che ha amareggiato Falcioni: “Ci sono molti modi di fare il giornalista e io ho voluto raccontare i fatti in prima persona – spiega al termine dell’udienza -. Rifarei quello che ho fatto così come l’ho fatto”. Secondo lui con questa sentenza “un tribunale stabilisce le notizie buone e quelle cattive. A chiunque di noi giornalisti può capitare di trovarsi in una situazione simile in cui bisogna decidere se dare una notizia o attendere le ‘veline’”. L’avvocato Vitale, che spesso difende i militanti No Tav e in passato ha difeso Erri De Luca, ritiene che “nelle repliche il pm ha svelato il problema. Secondo lei Falcioni non ha fatto un buon giornalismo perché ha raccontato ciò che ha visto in maniera di parte. Forse se avesse scritto che i No Tav avevano sfasciato tutto non saremmo a questo punto. Questa è una teorizzazione del giornalismo embedded”.