Legge 194 maggio/78, quarant’anni dopo. L’Ansa celebra l’anniversario con un po’ di anticipo e con un bilancio positivo. Sulle quote di aborti, minori a quelle di paesi europei in cui la legge li vieta, concordo. Le cifre parlano chiaro e da quando la legge è in vigore, contrariamente a quel che dice la propaganda antiabortista, gli aborti sono scesi sempre più. Resta una cifra insoluta che riguarda donne, immigrate e non, che sono disinformate, incappano in una gravidanza indesiderata nonostante l’uso di contraccettivi, si lasciano infinocchiare da chi inventa metodi contraccettivi fantasiosi (lavaggi post rapporto con la Coca cola, con limone e chissà che altro intruglio), si lasciano guidare dalla mistica del coito interrotto unita ai misteri del “no, mi piace farlo al naturale”, donne che usano l’aborto terapeutico per questioni che rimandano alla salute della donna e/o del feto.

Altro motivo per cui si finisce per dover ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza è la diffusissima presenza di obiettori di coscienza che oramai insediano ogni angolo delle realtà sanitarie. Prevenzione demonizzata genera aborto assicurato. Ospedali, farmacie e perfino i consultori che contrariamente a quel che dice la legge 194 non dovrebbero mai far circolare al loro interno personcine premurose come le no-choice, vale a dire le antiabortiste contrarie alla libertà di scelta delle donne in fatto di gravidanza e maternità “responsabile”.

Ci sono paesi profondamente cattolici, vedi la Repubblica d’Irlanda, in cui basta un emendamento, il numero otto, per sabotare la libertà di scelta stabilendo, contrariamente a qualunque valutazione scientifica, che l’embrione sia già persona fin dal concepimento. Se esso è persona allora l’aborto è omicidio. Proprio nel periodo attorno all’otto marzo le femministe del movimento Repeal the 8 hanno fatto circolare nomi e storie di donne che sono morte – si può dire ammazzate? – per aborto clandestino. Ed è la stessa fine che facevano – e a volte accade ancora – moltissime donne soprattutto povere, perché la libertà di aborto è anche una questione di “classe”, di reddito. Se non potevi pagare il medico privato, obiettore in ospedale e abortista in privato, tutto quello cui potevi sperare era un intruglio al prezzemolo, l’ago da maglia, il gancio dell’appendi abiti in metallo, l’intervento anti-igienico e talvolta inesperto della mammana.

Molte donne morivano per infezione, per setticemia, per emorragia, trattate come cose, con rifiuti a ricoverarle perfino quando l’aborto era già stato, spontaneo o meno che fosse, per dare una lezione a queste donne, poi decedute, che avrebbero dovuto togliersi il viziaccio di fare le zoccole in giro e poi di abortire senza conseguenze (la morte non era abbastanza). La legge 194 pose riparo a situazioni orribili. Prima che venisse approvata e applicata medici coscienziosi aiutavano le donne ad abortire. Gratis e per pura militanza. Alcune persone impegnate in questa gara di solidarietà furono arrestate. Le leggi di derivazione fascista volevano in galera anche la donna che abortiva. O morta o in carcere, questo il destino delle donne fino a pochi, tutto sommato, decenni fa.

La legge parla di prevenzione, di informazione sui metodi contraccettivi, quelli che la Chiesa mai vorrebbe fossero pubblicizzati, altrimenti pronta a boicottarli con qualunque metodo che ponesse uno stigma sulla sessualità delle persone (vedi preservativo e HIV messa ingiustamente in relazione alle persone omosessuali). Morte, carcere o malattia come punizioni divine nei confronti di tutte le persone disobbedienti.

La legge parla di consultori, luoghi di prevenzione innanzitutto, in cui persone competenti avrebbero dovuto farti sentire meno sola in una decisione a volte molto difficile. Luoghi di informazione e assistenza da sempre nel mirino delle associazioni no-choice. Tali associazioni definivano quei luoghi appena nati come fabbriche di morte popolate da esaltate assassine. La legge invece prevedeva una trafila precisa per le donne che volevano abortire. Un po’ di tempo per pensarci, assistenza psicologica e ginecologica, poi prenotazione per essere inserite negli ospedali – entro la dodicesima settimana di gravidanza – tra i numeri degli interventi di interruzione di tipo chirurgico. Fino ad un po’ di tempo fa esisteva solo quella alternativa. I no-choice si opposero fortemente alla diffusione della pillola abortiva, RU486, da non confondersi con la pillola del giorno dopo che di abortivo non ha nulla. Meglio un bel raschiamento ad una semplice pillola, figuriamoci. Il dolore lo devi provare a forza, senti a mmè. Oggi l’aborto farmaceutico – obiettore permettendo e per fortuna – è un nostro diritto e le pillole di Mifepristone e di Misoprostolo (quelle che aiutano ad espellere i tessuti embrionali dall’utero) vengono somministrate con il dovere di assistere la paziente in tutte le fasi dell’interruzione di gravidanza.

La legge dice che per quanti obiettori vi siano in un ospedale deve comunque esserci qualcuno obbligato a soccorrere e assistere una donna che vuole abortire. Quel che non si capisce, ancora, è che non assistere una donna in quella fase è omissione di soccorso, perché di quello una donna che intende abortire ha bisogno. Di assistenza sanitaria gratuita e necessaria.

Prima della approvazione della legge le donne combatterono per poter abortire giacché i veleni di Seveso avevano massacrato gli uteri delle donne della zona e qualunque embrione o feto ci fosse dentro. Quelle donne furono sottoposte ad iter spaventosi perché nessuno voleva ammettere nulla e perché neppure in quel caso le donne avevano voce in capitolo su quello che avrebbe comunque riguardato la propria vita. Durante il corso della descrizione della Legge 194 più volte fu chiamata in causa, invano per nostra fortuna, la sacra figura dello psichiatra punitivo. Dove non poteva la Chiesa avrebbe potuto lo psichiatra con una bella sentenza pronta a giudicare come incapace di intendere e volere le donne che volevano abortire. D’altro canto in fatto di nascite, chirurgie e interventi vari, per esempio la chiusura delle tube del falloppio, le donne dovevano farsi autorizzare dai mariti. I corpi appartenevano allo Stato e ai “capi” famiglia.

Oggi la legge è stata svuotata di contenuto, i consultori pullulano, non sempre per fortuna, di volantini e/o operatrici volontarie no-choice pronte a fare terrorismo psicologico (poi ti pentirai, soffrirai, ti ammalerai di depressione e in ultimo ti lancerai dal settimo piano) e a dare informazioni totalmente sbagliate. Il loro credo è sempre lo stesso da secoli: di te, donna, ce ne freghiamo. Tu non sei persona, no no. L’embrione invece si e ce ne occupiamo dal momento del concepimento fino al tempo in cui partorirai, con moltissimo dolore. Poi sono affari tuoi. Dunque così intenderebbero mostrare la propria umanità, lasciando che le donne confidino in un assistenzialismo mai disinteressato e che certamente non basta e non basterà mai.

Le politiche degli ultimi governi, tra tempi di obblighi di fertilità varie e apocalittiche previsioni dovute alla “scarsa” natalità (però i migranti li facciamo morire in mare e il fatto che i tre quarti, di otto miliardi circa di persone, non hanno di che sfamarsi non interessa a nessuno), con tanto di specifiche sulla predilezione di figli ariani sopra tutto, sono coerenti con iniziative che parlano di piccolissime somme pro/testa del bambino. Più figli della patria più mini-compensi di Stato. Manca solo il premio per la super madre dell’anno, minimo minimo deve aver partorito dieci figli, e trovarsi nel ventennio fascista è un attimo.

Gli obiettori sono ovunque. Le cifre vanno dal 70 al 90% per Regione. Fate un po’ voi una media nazionale. Di fatto per una ragazza che ha bisogno di una pillola del giorno dopo, per quando oggi non serva affatto la prescrizione, si trovano mille medici pronti a sconsigliarla/non-informare e mille farmacisti obiettori, pure loro. Perfino tra i portantini pare ci sia un discreto numero di obiettori, della serie che se ti beccano, oh tu indiavolata abortista, ti gettano a terra e ti fregano la lettiga da sotto il culo. Quello che noi, attiviste, donne, femministe, chiediamo è che l’obiezione sia limitata. L’Europa condanna l’Italia per codesta ragione. Troppo ostruzionismo, troppi obiettori e di nuovo troppa spinta a ricorrere all’aborto a pagamento, forse in altri luoghi che ti obbligano a spostarti, per non avere problemi.

Tra i problemi attuali c’è anche la corsa alla privatizzazione dei consultori. Smantellati dal pubblico e poi pensati alla gestione da parte dei no-choice. C’è da sempre una campagna con raccolta firme europea che da tempo cerca di ottenere una risoluzione in cui si dichiari l’embrione come persona. In fondo l’obiettivo è sempre lo stesso, che tu voglia abortire per scelta, perché sei stata stuprata, perché la tua salute non va bene o non va bene quella del feto, che tu lo faccia perché un figlio non lo vuoi proprio, non puoi permettertelo o perché qualcuno non ti ha dato la pillola del giorno dopo entro la scadenza (esiste anche quella dei cinque giorni dopo, non disperate), qualunque sia la ragione che ti spinge ad abortire quel che di te alcune persone vogliono fare è una detenuta, una reclusa, sul cui capo pende lo stigma – pubblicamente descritto – della colpa. Quindi chiediamo che gli obiettori smettano e che chi vorrà obiettare faccia un altro mestiere. Chiediamo che si compia quel che è nostro diritto ottenere. Chiediamo di poter vivere in uno Stato laico e non dominato dalla Chiesa cattolica.

Per tutte queste ragioni non so quanto ci sia da festeggiare per l’anniversario della legge 194. Esiste ancora? Perché io e tante altre, francamente, non ce n’eravamo accorte.

In edicola per tutto il mese di marzo e disponibile sullo shop online FqMillennium affronta il tema dell’aborto con un’inchiesta delle nostre giornaliste che si sono rivolte ai consultori di tutta Italia