Nel 2013 il senatore leghista Roberto Calderoli, appena rieletto nelle fila del Carroccio, insultò l’allora ministro dell’integrazione Cecile Kyenge chiamandola “orango”. Due anni dopo il Senato deliberò che le opinioni del senatore erano “espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni” e, dunque, “insindacabili“.

Ieri la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del Tribunale di Bergamo che su questa deliberazione aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e ha pertanto annullato l’insindacabilità.

Le opinioni espresse da Calderoli, secondo il pronunciamento della Consulta, non hanno “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”.
Per questa ragione ora Calderoli, sulla base della Legge Mancino che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan che incitano alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali potrebbe finire sotto processo.

Articolo21 in quell’occasione lanciò una petizione su Change.org dal titolo #iostoconCecileKyenge per chiederne le dimissioni, quantomeno, da vicepresidente del Senato raccogliendo oltre 184mila firme. “Le sue battute – scrivevamo nella raccolta di firme – sono la spia di una sub cultura razzista per troppo tempo accettata o derubricata a “eccessi verbali”. Nelle sue parole, come sempre, traspare l’odio per la ministra Kyenge, che ha il doppio torto di essere donna e di non avere la pelle bianca. Questa spirale va ora stroncata“.

Dopo il pronunciamento della Consulta se tra i primi atti della nuova assemblea di Palazzo Madama ci fosse una formale presa di distanza dalle dichiarazioni di Calderoli sarebbe un primo risarcimento politico e civile dopo anni di intolleranze verbali vergognosamente tollerate.