Cinque milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi in tagli da 200 e 500 euro con i saluti affettuosi di Muammar Gheddafi, erano destinati a finanziare la campagna elettorale coronata dal trionfo alle presidenziali del 2007 contro la socialista Segolène Royal. Nicolas Sarkozy ne risponde da questa mattina ai magistrati negli uffici della polizia giudiziaria di Nanterre. Solo una tranche dei presunti finanziamenti occulti per 50 milioni di cui il sito d’inchiesta Mediapart aveva cominciato a parlare nel 2012.

Era stato Ziad Takieddine a far crollare il mondo addosso all’ex uomo più potente di Francia nell’autunno 2016, a 5 giorni dalle primarie della destra in cui il leader de Les Republicains cercava il rilancio in vista delle presidenziali dell’anno successivo. Il 15 novembre (il giorno prima dell’annuncio della candidatura dell’uomo che poi quella tornata elettorale l’avrebbe vinta, Emmanuel Macron) il faccendiere franco-libanese aveva raccontato ai magistrati in una video-testiomonianza di aver “trasportato un totale di 5 milioni di euro” in alcune valigie nel corso di tre viaggi fra il novembre 2006 e inizio 2007. Avrebbero avuto al loro interno banconote da 200 e 500 euro, ognuna per un totale fra 1,5 e 2 milioni. Le prime due le avrebbe lasciate direttamente nell’ufficio di Claude Guèant, fedelissimo di Sarkò, allora direttore di campagna e poi promosso segretario generale dell’Eliseo; la terza “consegna” si sarebbe verificata in un appartamento di Sarkozy, allora ancora ministro dell’Interno.

Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all’allora aspirante capo dell’Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l’ex direttore dell’intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione libico. E anche i documenti recuperati dalla giustizia francese dell’ex ministro libico del Petrolio, Choukri Ghanem, morto nel 2012 in circostanze misteriose, fanno riferimento all’esistenza di versamenti di denaro verso Sarkozy. Lo stesso Bechir Saleh, ex finanziere di Gheddafi e uomo incaricato dal raìs di curare le relazioni con la Francia, aveva rivelato al quotidiano conservatore che “Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi”.

L’ultima puntata della saga era andata in scena lo scorso 7 gennaio, quando Alexandre Djouhri, uomo d’affari francese anche lui al centro dei sospetti finanziamenti libici alla campagna presidenziale del 2007, era stato fermato dalla polizia di Londra su richiesta dei giudici di Parigi all’aeroporto di Heathrow nel quadro di un mandato d’arresto per “frode” e “riciclaggio”.

Tra soldi dei libici, intercettazioni e false identità telefoniche, quella sui soldi libici si è intrecciata in passato con altre due indagini che hanno coinvolto l’ex presidente. Le tre inchieste si erano incrociate il 1° luglio 2014, giorno in cui, colletto sbottonato e barba incolta, Sarkozy si era infilato di buon mattino nei corridoi degli uffici di polizia giudiziaria di Nanterre. Quel giorno l’ex capo dello Stato era stato fermato e interrogato: la prima volta di un ex presidente nella storia della Repubblica.

Patricia SimonClaire Thepaut, le due magistrate del pool finanziario parigino, erano arrivate dove nessuno aveva mai osato prima: intercettare un ex presidente, poi intercettare anche Paul Bismuth. Che era sempre Sarkozy, ma sotto il fittizio nome con il quale aveva comprato un’altra carta sim e un altro telefono cellulare. Loro l’avevano capito e non hanno esitato ad andare a sentire anche i colloqui dell’inesistente Bismuth con Thierry Herzog, avvocato storico e amico da 25 anni di Sarkozy. Colloqui per i quali Sarko è indagato per corruzione e abuso d’ufficio.

La scintilla era scoccata nel dicembre 2013, dopo mesi di indagini su tre diversi filoni che si incrociavano nella persona dell’ex presidente: lo scandalo Bettencourt (le bustarelle con i bigliettoni dell’ereditiera dell’impero L’Oreal per la campagna elettorale vittoriosa del 2007) e, appunto, i finanziamenti illeciti piovuti anche dalla Libia dell’ex amico poi diventato nemico Gheddafi. E infine anche il ruolo avuto dal governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell’arbitrare la disputa fra il miliardario Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, finita con la decisione di risarcire il primo con oltre 400 milioni di euro.

In quelle telefonate, Sarkozy-Bismuth e Herzog parlavano molto e sempre degli stessi argomenti: le agende, soprattutto quelle agendine, con i segreti di tre inchieste che bruciavano, anche se in quella Bettencourt per il presidente era arrivata nel frattempo l’archiviazione. Sarkozy voleva sapere ogni giorno, più volte al giorno, cosa stava decidendo la Cassazione, alla quale si era rivolto per farle secretare. E in Cassazione “l’amico” era Gilbert Azibert, che lo informava. E che sognava di prendere “l’ascensore”, cioè di farsi spedire – grazie agli amici dell’ex presidente – nel Principato di Monaco. Ad informare Sarkozy ed Herzog di come andavano le cose, compresa la decisione di mettere sotto intercettazione i telefoni di entrambi, erano Azibert e il collega togato Patrick Sassoust.

@marco_pasciuti