La pubblicazione completa della missiva, vergata il 12 marzo scorso dal Papa emerito Benedetto XVI riguardo alla figura intellettuale di Papa Bergoglio, si rivela ormai compiutamente per quello che voleva essere: un abbraccio mortale di rara perfidia, con cui il piccoletto malignazzo Joseph Ratzinger, il Matteo Orfini vaticano, finge di smentire le maldicenze che circolano sul suo successore nei sotterranei più tetri dalle parti di San Pietro, mentre in effetti le sta accreditando.

Perché di quell’ambiente oscurantista e retrivo fa parte a pieno diritto, sia come fu teologo di corte del papa da anno Mille Karol Wojtyla (inflessibile sulla devozione tradizionale e sui simboli di un millenario potere assoluto, molto meno sui rapporti con golpisti felloni alla Pinochet o con gli ambienti più inquinati della finanza internazionale) sia come maldestro puntellatore di una dottrina indispensabile (per il proprio labirintico ambiente) quanto astrusa. Si veda a conferma il breve passo tratto dal suo saggio La verità cattolica (MicroMega 2/2000): “La fede cristiana non si basa sulla poesia e la politica; si basa sulla conoscenza . Venera quell’Essere che sta a fondamento di tutto ciò che esiste, il ‘vero Dio’. Nel cristianesimo, la razionalità è diventata religione“.

Puro gioco delle tre carte. Ben lontano dalle attitudini mentali di Papa Francesco, che da bravo gesuita coltiva se non la poesia almeno la politica; ma ponendola al centro delle grandi controversie planetarie, non nei minimi giochi di Palazzo, come un diafano e salottiero Cardinal Ruini. Soprattutto, in quanto questo Papa, che i reazionari cultori di improbabili revanchismi chiamano spregiativamente “il gaucho” e criticano per il suo modestissimo interesse alle dispute sul sesso degli angeli, è quanto di più “sur-moderno” l’istituzione ecclesiastica possa produrre. Già dalla fisiognomica (l’incredibile somiglianza con l’attore Jonathan Pryce, visto all’opera come scalzo fustigatore dei potenti con il nome di Alto Passero, nella sesta stagione di Game of Thrones) e confermata dall’efficacia di grande comunicatore, forse il migliore in circolazione, messa al servizio di una missione improba: salvare la Chiesa da se stessa, traendola fuori dalla palude di conformismo retrò in cui pretenderebbero di annegarla quelli tipo Ratzinger; aggrappati come Orfini all’unico habitat che gli consenta la sopravvivenza, oltre a quei benefici e quelle forme tanto importanti per la psicologia dell’arrampicatore sociale.

Per il presidente Pd il posto in prima fila nei riti della nomenclatura di un guscio vuoto; per l’Emerito le babbucce rosse di Prada, conferma dell’ascesa per il figlio di un gendarme bavarese, già iscritto alla Gioventù hitleriana. Normale che un parvenu trovi insopportabile la morigeratezza monacale di un pontefice outsider venuto dall’altra parte del mondo. Da bloccare prima che diventi stile dominante che metterebbe in mora questa genia di carrieristi della fede e tutti i cardinali di Curia, da quelli obesi a quelli scheletrici. Ma sempre con le dita ingioiellate. E se tale sovversivo evita di prendere il caffè nelle stanze vaticane, allora si ricorre al veleno più impalpabile della delegittimazione per scarsa attitudine teologica ossia il ramo secco, prosciugato di ogni polpa vitale già prima che l’evoluzione del pensiero moderno si liberasse della sua sorella germana, la metafisica. A parte qualche filosofo della cattedra o di nostalgie heideggeriane.

In questo mondo desacralizzato Bergoglio – nell’incomprensione totale dei suoi oppositori autolesionisti e suicidi – tenta di radicare la fede dove è possibile farlo. Non nei potentati e nelle sessuofobie del vecchio Occidente, ma nella domanda di giustizia sociale proveniente dai mondi nuovi e nuovissimi. Per questo è ridicolo etichettarlo “grillino”, quando il suo pensiero è figlio della sua terra d’origine: il populismo. Magari nella versione di un filosofo suo conterraneo che sta incontrando un tardivo successo anche dalle nostre parti: Ernesto Laclau.

Sicché Bergoglio è inviso a tutti i potentati che si trincerano nella cittadella della disuguaglianza. E per questo gli tributo il mio personale rispetto. Anche se considero la sua una missione impossibile, visto che Chiesa e modernità compongono un palese ossimoro. Per un’istituzione di cui chi scrive spera proprio di vederne la fine.