“Me ne vado dalla segreteria, non dal partito” avverte. Anzi: non esclude il ritorno: “Se dovessimo tornare…”. Ho visto piaggeria e viltà” accusa. “Noi non faremo da stampella a nessuno” giura. E la responsabilità a cui richiama Mattarella ora tocca ai “gruppi più grandi”, cioè destre e Cinquestelle. Nel giorno dell’addio, delle dimissioni da segretario del Pd ratificate (con lui assente) davanti alla direzione del Nazareno, Matteo Renzi parla al Corriere della Sera e fa capire che il fatto che lasci la guida del partito non significa che abbandoni tutti i comandi. Tutt’altro: nell’intervista ad Aldo Cazzullo, per esempio non rinuncia a qualche altro tono “vendicativo”, come nella funerea dichiarazione del lunedì post-elettorale in cui se la prese con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “La sconfitta – dice nell’intervista ad Aldo Cazzullo – impone di voltare pagina. Tocca ad altri. Io darò una mano: noi non siamo quelli che non scendono dal carro, semplicemente perché il carro lo hanno sempre spinto”. Il meccanismo è lo stesso del dopo-referendum: ok, vi dico che ho perso, non è colpa mia, ma ora parliamo d’altro. E quando parla di “stare all’opposizione”, di “ripartire da zero” sembra che parli più della sua sorte personale che non al futuro del partito. Un concetto ribadito nella sua newsletter: “Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri”. Di più: “Abbiamo perso una battaglia, ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto”. Insomma, per l’addio alla politica anche a questo giro se ne parla un’altra volta.

Al Corriere dice di non avere né rimpianti né rancori ma in realtà intravede movimenti intorno a lui. Li intravede e, anzi, si può dire li tiene d’occhio. Si toglie un primo sassolino: “Alcuni nostri candidati non hanno neanche proposto il voto sul simbolo dl Pd, ma solo sulla loro persona: lei conosce qualcuno che entra in un negozio se persino il commesso dice che la merce in vendita non è granché”. “Alcuni candidati” in realtà è, di nuovo, Gentiloni che a febbraio mandò una lettera agli elettori di Roma in cui invitava a mettere la croce sul suo nome. A Antonio Polito, sempre sul Corriere, il capo del governo spiegò: “Vuol dire che mi sono candidato in un collegio non blindato per il Pd perché ci abito da una vita e mi sembrava un segno di rispetto. Punto dunque anche sul mio consenso personale, e infatti la lettera me la sono pagata di tasca mia non avendo voluto fare, da premier, nessun fundraising“.

L’analisi della sconfitta? Alla penultima risposta: “Abbiamo anche sbagliato, certo, ma meglio vivere che vivacchiare”. Ma la strategia su cui puntare è un’altra: “La politica è fatta di veloci cambi. La sconfitta è una battuta d’arresto netta, ma non è la fine di tutto. Cinque anni fa Pd e 5 Stelle finirono 25 pari. Alle Europee è finita 40-20 per noi. Adesso 32-18 per loro. La ruota gira, la rivincita verrà prima del previsto”. Un po’ la strategia della Ruota della Fortuna, insomma: la colpa è più o meno del destino cinico e baro e per riottenere i voti basta aspettare.

Ma il registro di Renzi continua a essere pieno d’orgoglio, per usare un eufemismo. Assunzioni di responsabilità non ce ne sono. Il ragionamento, piuttosto, sintetizzato in una frase, è questo: “Oggi il Paese può reggere anche mesi di discussioni tra Di Maio e Salvini perché l’economia sta molto meglio”. E per esempio continua a non sganciarsi dal referendum costituzionale. A Cazzullo che gli ricorda che il Pd è sceso dagli 11 milioni di voti delle Europee del 2014 ai 6 del 4 marzo, lui risponde che in realtà il punto di partenza erano “i 13 milioni di voti del referendum“. La differenza? “Allora eravamo chiari nella proposta e nelle idee – spiega – Stavolta, e mi prendo la responsabilità, la linea era confusa, né carne né pesce: così prudenti e moderati da sembrare timidi e rinunciatari”. Quella che attende il Pd, sottolinea, è una maratona e il partito ha tutte le capacità di affrontarla: “Ci attende una lunga traversata nel deserto. Ma ripartire da zero, dall’opposizione, può essere una grande occasione”.

Nel popolo Pd ad ogni modo, dice sicuro Renzi, la stragrande maggioranza sta sulla linea dell’opposizione agli estremisti, categoria in cui inserisce sia la Lega sia i Cinquestelle. “Qualche dirigente medita il trasformismo? Forse. Del resto la viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri. E se per caso in futuro dovessimo tornare, sarebbe accompagnata dall’opportunismo di domani. I mediocri fanno sempre così: hanno scarsa fantasia, i mediocri“. Risuona quella frase che inserì in Avanti, il suo libro, nel quale raccontava il periodo da premier e quello subito dopo: “Li ho visti i leccaculo professionisti, potrei tenere un corso per riconoscerli. Non lo immaginavo, ma la discesa dal carro è un momento spassoso: quelli che prima ti adulavano, smettono di salutarti. Ma è un gioco, e io sto al gioco”. Un passaggio dell’intervista di oggi lo dedica invece al presidente della Puglia Michele Emiliano, pur senza citarlo. Secondo sassolino: “Vedo in giro qualche fenomeno spiegare che abbiamo sbagliato tutto; però non riescono a dirci perché, nelle regioni che governano loro, il Pd è andato peggio della media”.

Non andrà alle consultazioni al Quirinale, come si era già capito. Di sicuro il Pd resta all’opposizione, la responsabilità la chiedano agli altri, questa volta, riflette. “Non esiste governo guidato dai Cinquestelle che possa ottenere il via libera del Pd”. Non è un problema “di odio che i grillini hanno seminato“, ma che sono “un’esperienza politica radicalmente diversa da noi”. Quindi “l’unico modo che hanno per fare un governo è mettersi insieme”, Cinquestelle e Lega, perché hanno lo stesso programma “su vaccini, Europa, immigrazione, burocrazia, tasse“. “Facciano il loro governo, se ci riescono – è la sfida di Renzi – Altrimenti dichiarino il loro fallimento. Noi non faremo da stampella a nessuno e staremo dove ci hanno messo i cittadini: all’opposizione“. Anche se per stare all’opposizione, serve prima un governo. Cazzullo gli chiede anche se è possibile che il Pd si astenga per far partire un governo di centrodestra e la risposta è secca (“No“), senza un ragionamento. Quindi ancora una volta: “Gli appelli alla responsabilità sono sempre utili, ma si rivolgono soprattutto ai gruppiù più grandi (il Pd è il quarto, ndr). La palla oggi è in mano alle destre e ai Cinquestelle. Vediamo se e come sapranno giocarla”. Vedete, insiste Renzi, ai Caf chiedono del reddito di cittadinanza, mentre gli elettori di Salvini aspettano l’abolizione della legge Fornero: “Erano proposte irrealizzabili, ma adesso saranno loro a doverci mettere la faccia”.