Dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, ma non verso tutti i Paesi: Messico, Canada e Australia potrebbero essere esentati perché “veri amici”. Categoria nella quale non rientra la Germania, che “si è approfittata per anni” degli Usa in tema di commercio e difesa. Donald Trump non indietreggia di un millimetro e nelle sue ultime uscite conferma quella che sarà la linea guida della Casa Bianca sul piano internazionale: utilizzare i dazi come strumento di negoziazione.

Il presidente degli Stati Uniti ha confermato quanto detto la scorsa settimana, ovvero che sfruttando una legge commerciale degli anni Sessanta finora poco utilizzata proseguirà con l’imposizione del 25% di dazi sull’acciaio straniero e del 10% sull’alluminio. In questa guerra commerciale alcuni Paesi potrebbero essere esentati. “Saremo molto giusti, saremo molto flessibili“, ha detto nella riunione di gabinetto: Messico e Canada potrebbero ottenere un buon risultato nella negoziazione dell’accordo commerciale Nafta trilaterale. “Se raggiungiamo un’intesa, è più probabile che non applicheremo le tariffe a quei due Paesi”, ha spiegato il tycoon, che in un tweet mattutino assicurava “grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono veri amici e ci trattano in modo equo dal punto di vista militare e commerciale”. Tra questi figura anche l’Australia: “Abbiamo un rapporto molto stretto, abbiamo un surplus commerciale con l’Australia, faremo qualcosa con loro. Faremo qualcosa con alcuni altri Paesi”.

Diverso il discorso per chi non è amico: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un Pil molto più importante. Questo non è giusto”, ha detto riferendosi alle spese militari.: fin dalla campagna elettorale Trump chiede agli alleati del Patto Atlantico di raggiungere la quota del 2% del loro Prodotto interno lordo.

Il presidente affronterà la questione nelle prossime ore. “Aspetto con ansia l’incontro di questo pomeriggio alle 3.30 alla Casa Bianca, dobbiamo proteggere e ricostruire le nostre industrie siderurgiche”, ha scritto questa mattina su Twitter confermando l’incontro con i lavoratori delle industrie dell’acciaio e dell’alluminio durante il quale, secondo quanto anticipato da Peter Navarro, suo consigliere per il Commercio e grande sostenitore dei dazi avversati invece dal dimissionario consigliere economico Gary Cohn, il presidente dovrebbe firmare la controversa misura.

L’Unione Europea ha annunciato mercoledì di avere già pronta una lista provvisoria di prodotti su cui potrebbe imporre protezioni e oggi ha parlato anche Mario Draghi: “Le decisioni unilaterali sono pericolose“, ha detto il presidente della Banca Centrale Europea, sottolineando che queste “dispute vanno affrontate” entro la cornice “multilaterale” dell’Organizzazione mondiale del commercio e mettendo in guardia contro il rischio di ritorsioni e su quale “sarà la risposta in termini di tassi di cambio”.

Oggi è arrivata anche la reazione della Cina: “Optare per una guerra commerciale è sicuramente la ricetta sbagliata, finirai solo per far male agli altri e a te stesso”, ha affermato il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, in una conferenza stampa a margine della sessione parlamentare annuale del Partito Comunista. La Cina, ha detto il capo della diplomazia, “metterà certamente in atto una risposta appropriata e necessaria” all’imminente innalzamento dei dazi.

Intanto undici paesi, fra i quali alcuni dei maggiori alleati americani si uniscono contro la mossa di Trump. E, secondo il New York Times, sono pronti a firmare un accordo di libero scambio che copre 500 milioni di consumatori. L’intesa era stata proposta negli anni scorsi dagli Stati Uniti per fermare l’ascesa della Cina: ora invece gli Stati Uniti diventano il nuovo target di quella che era conosciuta come la Trans-Pacific Partnership (Ttp).

Il nuovo accordo – che include Giappone, Canada e Australia – si chiama Comprehensive and progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership e prevede l’apertura dei mercati di paesi che si affacciano sull’oceano Pacifico e che rappresentano un settimo dell’economia globale. Il fatto che l’accordo venga rilanciato senza gli Stati Uniti segnala come e “paesi che prima contavano sulla leadership americana vanno ora avanti da soli”, riporta il New York Times. Secondo i firmatari, l’intesa oltre ad aprire i mercati rafforza le tutele sulla proprietà intellettuale e include un linguaggio che può spingere i suoi membri a migliorare le condizioni di lavoro.