Una ragazza di Homs parla di aiuti umanitari concessi “in cambio di una notte insieme agli operatori”. Perché “più la ragazza dà al distributore, più aiuti riceve”, spiega un’adolescente che vive nel sub-distretto di Badama, nel governatorato di Idlib. Voci anonime che descrivono un inferno nell’inferno: la guerra in Siria e le sue conseguenze sulla vita delle donne rifugiate. Sono raccolti in un report dello United Nations Population Fund, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa “della salute e dei diritti riproduttivi”, nel quale emergeva già nel novembre 2017 la situazione raccontata da Danielle Spencer nella sua denuncia alla Bbc: “I partecipanti allo studio – si legge nel documento, basato su testimonianze raccolte nei 14 governatorati del Paese – hanno comunemente citato lo sfruttamento sessuale a opera degli operatori umanitari addetti alla distribuzione come un rischio affrontato da donne e ragazze che provano ad avere accesso agli aiuti“.

In gergo si chiamano internally displaced people. Sono i rifugiati interni, le persone le cui città sono colpite dalla guerra e che vengono spostate in altre zone del Paese. In questa categoria già vulnerabile, le donne sono ancor più vulnerabili e “soggette a maggior rischio di essere sfruttate sessualmente rispetto alle donne locali”. E i campi profughi sono indicati come luoghi in cui questo pericolo aumenta, secondo le fonti anonime raccolte dagli autori dello studio, nel quale non si indica a quali organizzazioni appartengano gli operatori accusati delle condotte illecite. Un rischio “cui devono far fronte le donne nel momento in cui provano ad accedere agli aiuti umanitari”: “Abbiamo sentito di diversi casi in cui le donne sono state sexual exploited durante la distribuzione – racconta una donna di Nawa, nel governatorato di Dar’a – alcuni distributori chiedono alle donne il numero di telefono o si offrono di accompagnarle a casa per avere qualcosa in cambio“.

“Dalla distribuzione degli aiuti al reperimento dei documenti, fino alla possibilità di frequentare la scuola, vigilare contro lo sfruttamento e l’abuso è una sfida costante”, conferma Daniel B. Baker, coordinatore regionale dell’Unfpa per la Siria, nella premessa del documento. A volte, poi, lo scambio avverrebbe sotto forma di contratto matrimoniale: “Chi li chiede accetta che raramente gli aiuti vengano distribuiti gratuitamente – è la testimonianza di una donna di Kafr Batna, nel governatorato di Damasco – la maggior parte di essi viene distribuito per denaro o per servizi di carattere sessuale, come i matrimoni temporanei, elargiti in cambio di un pasto“. Si tratta, spiegano gli autori, di “casi in cui le donne e le ragazze vengono sposate per un breve periodo di tempo tramite accordi consentiti dalla legge islamica in modo da permettere al marito di accedere sessualmente a esse anche per poche ore prima di annullare il contratto”.

Le vedove e le divorziate sono le categorie più vulnerabili perché, racconta un uomo di Saraqab, nella regione di Idlib, “devono andare da sole nei centri, dove vengono umiliate” e a volte anche “toccate“. E in molte rinunciano a essere aiutate: “Alcune donne si recano nei centri di distribuzione con i fratelli con qualche parente di sesso maschile o inviano qualcuno a ritirare gli aiuti – racconta un’adolescente di Badama – alcune si rifiutano di andare per paura di essere molestate“.

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