Mentre l’Italia ascolta canzoni e canzonette forse per distrarsi dalla campagna elettorale c’è chi appende striscioni sul ponte Milvio a Roma con scritto “Onore a Luca Traini” e chi su Facebook in queste ore si è preso la briga di dar vita a gruppi che solidarizzano con il 28enne con la runa tatuata sulla tempia che a Macerata ha sparato ai migranti per strada. Ieri bastava cliccare “Luca Traini” sul social network per scoprire gruppi amministrati da gente con tanto di passamontagna in testa e una truppa di 75 aderenti fascisti. Così anche “Luca Traini presidente”, altro gruppo di persone che dietro una tastiera hanno osannato al giovane che ha rivendicato il suo gesto con queste parole: “Andava fatto. L’immigrazione clandestina va fermata”.

Sinceramente Traini mi fa persino pena. Intendiamoci: va punito. E’ un folle a cui non va perdonato quell’ignobile gesto alimentato da una cultura fascista.

Ma tutto va letto in un contesto. Davanti ai carabinieri, il 28enne si è fotografato: “Da piccolo ero obeso, ero vittima dei bulli. Ho vissuto molto male la separazione tra i miei”. E poi parlando delle cicatrici che porta sulla pelle: “ferite che mi sono provocato quando ero ragazzo”.
Luca era uno che covava rabbia fin da piccolo. Forse è uno di quei ragazzi che non ha mai incontrato nessuno che ha saputo incanalare quei sentimenti di odio per gli altri nati nella sua infanzia, cresciuti con la separazione dei genitori, sfociati in età adulta nell’odio verso l’altro. Ciò che mi preoccupa da maestro, da educatore, non è Luca Traini ma quelli che in queste ore hanno affisso quello striscione, quelli che hanno aderito ad una pagina Facebook.

Prima che la chiudessero sono andato a vedere i profili di questi 75 membri: uomini e donne che inneggiano a Mussolini, vestiti da militari, capaci di sfoggiare i simboli del fascismo e del nazismo senza paura. Gente capace di odiare altri uomini e altre donne. Mi spaventa il fatto che dopo che in casa di Traini è stato trovato il Mein Kampf, su Amazon le vendite del libro di Adolf Hitler che espone i fondamenti dell’ideologia nazista, sono cresciute del 1037%.

Le questioni sono due. Da una parte il ritorno di un’ideologia fascista nel nostro Paese. Dall’altra l’atteggiamento di “odio” nei confronti dei migranti.

Parto da quest’ultima. Mi aiutano i bambini. Provate a parlare in classe di migranti. Scoprirete che i primi a manifestare antipatia, atteggiamenti persino xenofobi nei confronti di chi è arrivato da lontano sono i bambini. Certamente sono “portatori” sani di una malattia contagiata dai loro genitori ma manifestano paura, ignoranza che finisce nell’indifferenza e qualche volta nell’odio. Indimenticabile una lezione fatta a partire dalla lettura del quotidiano: “Non è colpa dell’Italia se c’è la guerra. Possono venire in Italia ma non devono fare gli scemi. Li ho visti fare il bagno in mutande in vacanza. Come ha fatto l’Ungheria che ha fatto una barriera va messa anche qui. A casa mia non li voglio”.

A queste parole possiamo rispondere noi grandi rileggendo Ricordati che eri straniero di Barbara Spinelli: “Lo straniero ci interpella contemporaneamente in vari modi contraddittori, presentandosi sotto forma di perduellis ma anche di ospite, di estraneo alla nostra civiltà che abita e reclama diritti nella nostra città. Non traversa il nostro paese come un turista ma è “colui che oggi viene e domani rimane” che crea malessere se non si stabiliscono norme giuridiche condivise”.

Ecco quest’ultima parola ancora oggi in Italia non c’è. Le nostre norme non sono condivise. Ma il percorso inizia dall’incontro vero, reale. E chi fa scuola ha il compito urgente di farlo. Lo scorso anno con Paolo siamo andati ad incontrare un migrante che aveva poco più della sua età. Un dialogo tra loro, tra due ragazzi. E’ lì che è nata la conoscenza.

Altra questione: la divulgazione dell’ideologia fascista. Il campanello d’allarme è suonato da un bel po’ ma solo ora si sente. Tante sono le ragioni ma una la risposta: la scuola ha tra i suoi doveri quello di tornare a parlare di antifascismo. Spesso i bambini conoscono il nome di Mussolini ma non sanno un solo nome di un partigiano, di chi ha fatto la resistenza. In questi giorni mi auguro che in molte scuole primarie (con le classi quarte o quinte) o medie si sia letto il quotidiano per aprire un dibattito a partire dall’episodio di Macerata. Una lezione da non dimenticare.