Furono espulsi dal Movimento e non poterono partecipare alle Comunarie che incoronarono Virginia Raggi alla corsa verso il Campidoglio. Ora il giudice Francesco Remo Scerrato, della sedicesima sezione civile dei Tribunale di Roma, ha accolto il ricorso di Roberto Motta e Antonio Caracciolo e condannato il M5s a pagare 30mila euro di spese legali.

Erano stati i primi in assoluto a portare Beppe Grillo e i suoi in tribunale, la mina che ha generato un vero e proprio effetto domino con ricorsi in tutta Italia. La sentenza emessa “evidentemente dimostra – dice Lorenzo Borré, il legale artefice di tutte le battaglie degli espulsi dal Movimento – che qualcuno sbagliava a definire le nostre motivazioni ‘robetta’”. Il riferimento, chiaro, è alle parole della sindaca Raggi, che all’epoca snobbò la causa intentata da Motta e Caracciolo.

Quest’ultimo, docente universitario alla Sapienza di Roma, era stato espulso nel febbraio 2016 per alcune dichiarazioni tacciate di negazionismo, in base al “principio secondo cui la libertà di espressione è imprescindibile ma è altrettanto inderogabile la memoria di una delle pagine più buie e drammatiche della storia dell’umanità: l’Olocausto“. Accuse per le quali, invece, aveva subito un procedimento disciplinare alla Sapienza da cui era uscito con una piena assoluzione.

Grillo, in un suo show nella Capitale, lo aveva attaccato duramente: “per lui l’Olocausto era un B&b”. Per questo, Caracciolo chiede il risarcimento danni anche per diffamazione, oltre che per la mancata partecipazione alle comunarie capitoline, col rischio che il conto da pagare per il garante del Movimento diventi salatissimo.

Nello specifico la sentenza emessa ha inoltre confermato l’esistenza di due distinte associazioni denominate “MoVimento 5 Stelle”, condannando entrambe al pagamento delle spese legali. Il tribunale ha poi dichiarato la sopravvenuta carenza di interesse in ordine alla domanda di annullamento del regolamento del 2014, a causa dell’approvazione del nuovo regolamento del 2016. Ma su questo punto Motta e Caracciolo si riservano di ricorrere in appello.