“Gravi violazioni dei diritti umani” macchiano la reputazione della più grande democrazia del mondo. E’ quanto sostiene Pyongyang nell’ultimo “Libro bianco sulle violazioni dei diritti umani negli Usa” pubblicato mercoledì dalla Korean Central News Agency, l’agenzia di stampa statale nordcoreana. Il documento, prodotto dall’Institute of International Studies in the Democratic People’s Republic of Korea e fatto circolare dalla missione nordcoreana a Ginevra, accusa Washington di “razzismo”, “discriminazione” e “misantropia”, mali che affliggono l’intero sistema americano, soprattutto da quando Trump si è insediato nello Studio Ovale.

“La violenza razziale che si è verificata a Charlottesville, in Virginia, il 12 agosto, è un tipico esempio dell’apice raggiunto della politica razzista dell’attuale amministrazione”, afferma il rapporto facendo riferimento alle proteste dei suprematisti bianchi contro la rimozione della statua del generale Robert Lee. Poi colpisce al cuore del “Sogno americano” mettendo in risalto la frattura che separa da una parte la classe operaia statunitense – “sospesa nell’abisso dell’incubo” tra difficoltà lavorative e abitative e spese mediche onerosissime – dall’altra l’establishment di cui si è circondato il nuovo presidente: tutti “miliardari provenienti da conglomerati” con una fortuna cumulativa pari a 14 miliardi di dollari.

“Le politiche antipopolari che l’amministrazione Trump ha perseguito apertamente nel primo anno di governo sono andate, senza eccezioni, a favore degli interessi di una manciata di circoli ricchi”, chiosa la KCNA, snocciolando una serie di dati sul debito accumulato dagli studenti americani e mettendo in risalto la frequenza di abusi sessuali, nonché la mancanza del congedo di maternità retribuito. Trend in peggioramento anche sul versante della libertà di stampa – osteggiata da Trump con lo slogan “fake news”- e sull’utilizzo degli stupefacenti: “Secondo i dati, il numero di consumatori di marijuana negli Stati Uniti è stato superiore a 20 milioni, in un aumento del 3% rispetto a dieci anni fa”, accusa l’agenzia di stampa nordcoreana, concludendo che “gli Stati Uniti, ‘guardiani della democrazia’ e ‘campioni dei diritti umani’, stanno incrementando il racket dei diritti umani, ma non potranno mai camuffare la loro vera identità di grande violatore dei diritti umani”.

Nessun cenno alle sanzioni internazionali o al braccio di ferro con Washington riguardo al programma missilistico e nucleare perseguito da Pyongyang. Il tempismo, tuttavia, suggerisce un implicito nesso tra la pubblicazione del libro bianco e le accuse di “depravazione” con cui poche ore prima Trump aveva condannato il regime di Kim Jong-un nel suo discorso sullo Stato dell’Unione.

E’ dal 2014 che Pyongyang rilascia ufficialmente le proprie conclusioni sullo stato dei diritti umani sull’altra sponda del Pacifico. Quello stesso anno la Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite aveva sentenziato che le violazioni commesse al Nord erano “senza precedenti nel mondo contemporaneo”, come dimostrato dalla presenza di circa 120mila prigionieri politici nei gulag sparpagliati in territorio nordcoreano; campi di concentramento in stile sovietico di cui si ha solo parziale testimonianza grazie alle riprese satellitari e ai racconti dei disertori. Il rapporto citava inoltre la ricorrenza di abusi sistematici, dalla tortura alle esecuzioni pubbliche passando per le ritorsioni contro i richiedenti asilo rimpatriati forzatamente dall’estero. In tutta risposta Pyongyang realizzò una propria valutazione delle condizioni di vita a nord del 38esimo parallelo, concludendo che i cittadini nordcoreani “erano orgogliosi di beneficiare del sistema di diritti umani più vantaggioso del mondo”.

di Chinafiles per Ilfattoquotidiano.it