Occupare militarmente i canali. Dettare i temi dell’agenda. Giocare d’anticipo e costringere gli avversari a replicare, rincorrere e, involontariamente, amplificare il proprio messaggio. Creare hashtag ricorrenti, mantra da ripetere ogni giorno, per posizionarsi nella mente degli elettori. Il 4 marzo si avvicina: uno degli indicatori più chiari è l’intensificarsi dell’attività dei leader sui social. E in una fase controversa per Facebook, in cui le pagine ufficiali contano sempre meno nell’algoritmo, a ritrovare centralità è Twitter, cui invece il raddoppio dei caratteri ha ridato vitalità, poiché consente agli utenti di dire di più e quindi meglio.

Da alcune settimane sto portando avanti un esperimento su un account Twitter di mia gestione: Social Recap. Grazie all’utilizzo di una piattaforma di analisi, quotidianamente monitoro e poi riassumo in un tweet, con l’hashtag #RecapElezioni18, le attività dei canali Twitter di undici protagonisti di questa campagna elettorale: Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Carlo Calenda per Pd e governo; Emma Bonino per Più Europa; Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini per il centrodestra; Luigi Di Maio e Danilo Toninelli per il Movimento 5 Stelle; Pietro Grasso e Laura Boldrini per Liberi e Uguali. Rappresento ogni giorno in un’infografica l’andamento dei loro canali dal punto delle “metriche social” classiche, ovvero il numero di tweet pubblicati, i retweet ottenuti, l’“engagement” complessivo delle loro attività; rilevo i due tweet “top” di ogni giornata, quelli che hanno ottenuto più approvazioni e condivisioni; evidenzio i temi e gli hashtag caratterizzanti nelle parole dei leader. Parametri elementari, da cui tuttavia emergono alcune indicazioni sul mese che ci aspetta.

Il primo è che su Twitter la quantità “paga”. Se sei un leader, più tweet pubblichi quotidianamente su un determinato tema, più opportunità hai di imporlo nell’agenda politica di tutti: dei concorrenti e dei media. Per i politici Twitter è tuttora il social più adatto per la diffusione real-time di notizie e opinioni, perché molto frequentato da giornalisti. Silvio Berlusconi è su Twitter solo da tre mesi, ha una quantità di follower di gran lunga inferiore a quella dei suoi pari ma questo non importa, perché nell’attuale equilibrio ogni suo tweet può comunque essere una notizia.

Dieci anni fa gli uffici stampa inondavano le redazioni con mail di dichiarazioni e annunci, oggi si fa lo stesso attraverso i social, tentando di egemonizzare il dibattito pubblico con i propri temi e i propri hashtag. E non è dunque un caso che #FlatTax, l’imposta unica proposta dal Cavaliere e di fatto perno del programma economico del centrodestra, sia uno degli hashtag in primo piano nei tweet dei leader (il 16 gennaio, il 21 gennaio, il 23 gennaio). Un fenomeno simile si registra in relazione al tema dei vaccini, sollevato a più riprese dai cinque stelle e da Salvini e su cui si pronuncia Matteo Renzi, con due tweet ad alto numero di condivisioni, uno il 15 gennaio e l’altro il giorno successivo. Ed è inevitabile rilevare che il segretario del Pd riesca a ottenere consensi seguendo un’agenda dettata da altri. Donald Trump sembra aver fatto scuola: polarizzare il lessico e le argomentazioni per imporre sui media i propri temi. Una strategia che sul piano quantitativo, per ora, premia il centrodestra e i cinque stelle e penalizza Pd e sinistra: si parla molto di immigrazione, poco di lavoro.

Il secondo rilievo consiste nel fatto che su Twitter anche un leader minore può ottenere risultati importanti se ha un utilizzo tempestivo ed efficace del proprio canale. Twitter è infatti, ad oggi, una piattaforma altamente “scalabile”: non in senso informatico, ma di attitudine a ospitare contenuti in grado di “imporsi”. La colonnina di sinistra della piattaforma, quella delle “Tendenze”, resta infatti uno strumento di grande efficacia per informarsi sugli argomenti più discussi ed intervenire. E l’utilizzo corretto dell’hashtag, specie da un account già popolare, consente di ottenere visibilità e interazioni in tempi rapidi: probabilmente è anche grazie a questo che il canale Twitter di Danilo Toninelli, capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, risulti spesso tra i più performanti (esempio, le polemiche nel giorno dell’incidente di Pioltello). Ed ecco anche perché Emma Bonino, per fare un altro esempio, è in grado di pubblicare tweet che nell’arco della giornata possano superare, in consensi e interazioni, quelli di altri protagonisti che hanno alle spalle liste ben più strutturate di Più Europa.

Terzo rilievo, ad accomunare quasi tutti gli account monitorati c’è la modalità d’uso top-down: la comunicazione è sempre dall’alto verso il basso, raramente ci sono interazioni tra leader, praticamente mai dialogo alla pari con utenti che rispondono ai tweet. Fa eccezione – virtuosa, per chi si occupa di social media – l’account Twitter di Carlo Calenda: il ministro dello Sviluppo Economico risponde spesso, e nel merito, ai tweet di utenti che lo menzionano, arrivando a volte a messaggi da vero e proprio “ufficio relazioni col pubblico”. La tendenza generale a non interagire conferma comunque che reali destinatari dei messaggi sono soprattutto giornalisti e media, non i cittadini.

“E quanti voti sposta Twitter?”, si potrebbe chiedere. Nessuno, ovvio. Le elezioni si vincono o perdono altrove. La domanda giusta è quanto i tweet dei politici contribuiscano a costruire il dibattito pubblico in questo periodo. Monitoreremo e, a urne chiuse, sapremo tracciare un bilancio.