Gentile Signor Ambasciatore della Repubblica di Colombia,

sono un ormai attempato poeta italiano e ho bisogno che lei mi ascolti per qualche minuto. Sì, ha ragione, lo so che i poeti sono tipi strani, che non servono a nulla e perdono il loro tempo a mettere in fila parole. Non come lei, che è un diplomatico, un politico, un uomo della prassi, uno che fa cose concrete, utili: altro che comporre sonetti e ballate. Lei certamente non ha tempo da perdere, con un poeta, poi. Figurarsi.

Ma, nonostante questo, mi permetta di insistere: mi ascolti.

Intanto perché non è vero che la poesia non serve a nulla: serve a tenere memoria di ciò che è indispensabile a noi esseri umani per restare umani, per esempio. Serve anche a tenere in allenamento le parole, quelle stesse parole che certamente un diplomatico come lei sa usare molto bene. Soltanto che noi poeti le alleniamo a dire le verità, non la verità, badi, le verità; tutte le differenti verità del mondo e a farle parlare tra loro. Quelle stesse parole che voi, per comprensibili ragioni pratiche, a volte usate per far dire loro il contrario di ciò che significano in realtà.

E poi perché non è di poesia, in realtà, che voglio parlarle, ma della sua nazione, la Colombia, e di una città che praticamente tutti conoscono, Medellin.

Medellin: che città splendida che è, anche se tutti noi abbiamo imparato a conoscerla per faccende orribili, come il Cartel, la cocaina, gli omicidi delle bande, le fosse comuni, come quelle su cui è costruita la Comuna 13, il terrorismo, la guerra civile che ha squassato tutta la Colombia e di cui Medellin è stato un epicentro.

La conosco un po’ Medellin, ci sono stato due volte e ne ho parlato anche qui. Poi a Medellin è nato un Festival di poesia che negli anni ha fatto sì che il nome di questa città non fosse più associato alla violenza, al terrorismo, ai signori della droga, ed è diventato sempre più grande, fino ad essere il Festival più prestigioso e noto del mondo, quello a cui tutti i poeti vorrebbero essere invitati almeno una volta nella vita, ha vinto il Premio Nobel alternativo, ha lottato per la pace, ha lottato per i diritti delle minoranze linguistiche ed etniche ed a portato a Medellin e in tutta la Colombia centinaia, migliaia di poeti, scrittori, intellettuali, provenienti da tutto il mondo, con le loro lingue, le loro culture, la loro arte.

Io al Festival ho avuto il privilegio di essere invitato due volte e grazie al Festival ho avuto il privilegio, ancora più grande, di leggere le mie inutili poesie a Comuna 13, considerato il barrio più violento di una delle città più violente del mondo, con un microfono da karaoke, a fianco dei giovani coraggiosi che avevano organizzato quello strano reading, per la gente affacciata dai balconi e per i bambini, gli unici che non avevano avuto paura di scendere per strada, accanto a noi. E ho avuto la fortuna e il piacere immenso di eseguire le mie poesie e la mia musica davanti a migliaia di persone nelle serate finali del Festival, in quello che il più fantastico, travolgente, emozionante spettacolo di poesia che si possa immaginare.

Vede, Signor Ambasciatore, che la poesia non è poi così inutile, se grazie ad essa oggi in molte parti del mondo dire Medellin significa dire poesia, arte e non morte, o cocaina, o guerra.

Ma lei queste cose le sa meglio di me, perché una legge della sua Colombia ha dichiarato il Festival Patrimonio nazionale.

Eppure, nonostante tutto questo, oggi il governo della sua patria sta provando ad ucciderlo questo Festival, tagliandogli i fondi (circa 90.000 dollari, un’inezia nel bilancio di qualsiasi stato del mondo) che gli erano sinora stati garantiti.  Ed io non so spiegarmi il perché. Ignoranza? Voglia di costringere all’ignoranza? Presunzione? Superficialità? Bisogno di far tacere una voce scomoda (falli tacere i poeti, con il vizio di dire le cose come stanno facendo dire alle parole quello che nessuno sino ad allora sospettava potessero dire)? Perché? Che senso ha?

Ovviamente, signor Ambasciatore, il Festival si farà lo stesso, ci vuol altro per abbattere Fernando Rendon, che da sempre lo dirige, e tutte le centinaia di poeti, intellettuali, organizzatori e semplici volontari che da decenni rendono possibile questo miracolo di bellezza e desiderio che è Medellin.

Servisse, io e centinaia di matti come me, da tutto il mondo, ci pagheremmo aereo, vitto e soggiorno solo per non permettere che il festival muoia. Per essere lì a leggere, perché il Festival di Medellin continui. Può contarci. Ciò non toglie che io trovi la decisione del suo governo vergognosa e che speri che tante altre voci, ben più autorevoli della mia, si uniscano anche qui in Italia per affermarlo con forza. Lo dica, la prego, a chi governa la sua nazione.

Siamo tutti qui a guardare e ci aspettiamo una risposta. Spiegateci perché. E fate marcia indietro. Per la nazione, non per la poesia.

Il Festival di Medellin è la testimonianza della dignità della Colombia. Tagliare i fondi al Festival è come decidere di fare a meno della propria dignità. Svenderla per un piatto di lenticchie. Non fatelo, non potremmo perdonarvi e ne terremmo, per sempre, memoria.

Siamo poeti, esseri inutili e fragilissimi, ma conosciamo gli algoritmi ancestrali della memoria.