“Stasera chiudiamo su Pirozzi in ticket con Bertolaso”. “Oggi riunione e poi presentiamo Rampelli”. “È fatta: Gasparri è pronto”. “Parisi? Decidiamo entro le prossime ore”. E così avanti ormai da settimane. Tanto che alcuni osservatori azzardano la possibilità, nella “follia collettiva”, di scoprire il nome del candidato alle regionali del Lazio il giorno della consegna delle liste in tribunale. Insomma, l’ennesima tragicommedia del centrodestra a Roma e nel Lazio è compiuta. Solo che stavolta il rischio è di compromettere anche gli equilibri nazionali. In vista delle politiche del prossimo 4 marzo, infatti, il centrodestra è dato in vantaggio, ma nel frattempo i leader della coalizione entrano in conflitto su tutto. Solo poche ore fa Silvio Berlusconi ha assicurato a Bruxelles che, in caso di vittoria, il suo governo rispetterà il limite Ue che fissa al 3% il tetto per il rapporto tra deficit e pil, provocando l’immediata smentita di Matteo Salvini: “Il 3%? Per noi non esiste”, ha detto il leader della Lega.

La situazione non cambia anche quando sul tavolo ci sono elementi di minore rilevanza rispetto al rapporto con l’Europa. È il caso del Lazio, dove, comunque vada a finire il “complesso di Tafazzi” – personaggio trash del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo che si prendeva a bottigliate sui genitali – sembra aver colpito ancora, dopo i disastri del 2010 e del 2016. Se a fine ottobre le previsioni di voto interne facevano dire a un consigliere regionale uscente che “nel Lazio vinciamo pure se candidiamo Paperino”, col passare delle settimane lo scontro fratricida fra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, unito alle gelosie correntizie fra ex esponenti di An e addirittura dell’Msi (e non solo), ha ribaltato la situazione. Oggi, la Regione viene data per persa, pedina di scambio per gli equilibri nazionali come un qualsiasi seggio in Senato. D’altronde, gli ultimi sondaggi in mano allo staff di Silvio Berlusconi sono chiari: che sia candidatura unitaria o meno, con qualsiasi nome, il governatore uscente Nicola Zingaretti è ormai in fuga verso una vittoria che solo la pentastellata Roberta Lombardi potrebbe provare ad arginare. “Semo come la Roma che se venne Dzeko, manco in Champions annamo”, afferma sconsolato un esponente forzista, forse un tantino pessimista verso i destini giallorossi.

La verità è che i veti incrociati in queste ore stanno affondando la coalizione. Su Sergio Pirozzi, ad esempio, c’è il no rigoroso di Giorgia Meloni. Il sindaco di Amatrice, oltre ad aver rinnegato una sua passata appartenenza a Fratelli d’Italia – prese la tessera in coincidenza del breve passaggio di Gianni Alemanno – è il candidato dell’odiato Francesco Storace e dell’ex An e neo leghista Barbara Saltamartini, con la quale non è mai corso buon sangue. Il timore diffuso, fra l’altro, è che Pirozzi possa rappresentare una specie di mina vagante, come lo fu Renata Polverini fra il 2010 e il 2012. Pirozzi, fra l’altro, si sta facendo condurre la campagna elettorale dalla moglie di Roberto Buonasorte, braccio destro di Storace e suo probabile capolista nella lista civica, zeppa di uomini dell’ex governatore e di Alemanno.  Sembra esserci un buon feeling, invece, fra Fratelli d’Italia, i fittiani e i forzisti di Antonio Tajani, con quest’ultimi pronti a proporre Francesco Giro in ticket con Fabio Rampelli. Tajani però è ai ferri corti con Maurizio Gasparri, altro candidato (non troppo convinto) al soglio della Pisana, mentre sul cellulare di Salvini sarebbero arrivati degli screenshots con vecchie dichiarazioni di Rampelli (padre politico di Giorgia Meloni) contro il Carroccio, motivo del veto improvviso da parte del leader leghista. E allora che si fa? Con Pirozzi – logorato da settimane di campagna elettorale in solitaria – non si vince, ma con un altro candidato e il sindaco di Amatrice in campo, si fa ancora peggio. Una gara a perdere, insomma.

Il risiko del Lazio sta scompigliando anche il puzzle nazionale. Mollata la Pisana, Forza Italia si aspetta di indicare il candidato governatore in Friuli Venezia Giulia, dove c’è ancora qualche chance di vittoria, sebbene da tempo se la stiano contendendo Lega e Fratelli d’Italia. Nelle ultime ore, Silvio Berlusconi sta tentando un’operazione non facile, che consegnerebbe la candidatura nel Lazio – e un po’ di seggi in consiglio regionale buoni per il progetto – a Stefano Parisi, romano solo di nascita ma ormai milanese di adozione, in cambio del ritiro del proprio simbolo Energie per l’Italia dalla corsa nazionale. Parisi, sostenuto a livello locale dal consigliere socialista (ed ex craxiano) Donato Robilotta, in mattinata ha ottenuto anche una mezza approvazione da parte di Giorgia Meloni, che comunque continua a portare la bandiera di Rampelli.

Sul territorio la tensione è fortissima. I portatori d’acqua locali non sanno più cosa dire ai propri elettori, nel frattempo sedotti dagli altri candidati già in pista. Molti pensano a ritirare la propria promessa di candidatura – fra questi diversi ex sindaci – mentre altri non sanno se entreranno nelle liste del Parlamento o del consiglio regionale. “A un mese dalle elezioni – racconta un esponente locale di Fratelli d’Italia – non ho nemmeno i fogliettini elettorali pronti. Cosa racconto se si candida Pirozzi, piuttosto che Parisi? Parisi poi, un socialista, io che stavo a tirare le monetine a Craxi nel 1993”.