Sembra che ci stiamo pacificamente abituando – complice anche il racconto mediatico – a trattare certi temi con superficialità. Forse ci sta bene così, ci sembra sufficiente, ma il risultato pratico sarà gestirli peggio e accumularne la frustrazione. Il complesso fenomeno delle migrazioni e integrazioni continua a essere una sfida cruciale del nostro tempo, e nonostante ciò viene affrontato da buona parte delle persone con la superficialità dei titoli di giornale, degli slogan da disco rotto, delle rabbie di pancia. Difficile dire se esista un crescendo di intolleranza, di insofferenza sociale o in generale della cosiddetta “guerra tra poveri”. Se esista, o se sia l’ennesimo effetto amplificato dalle pervadenti narrazioni mediatiche in cui ci culliamo.

E di cui alla lunga ci convinciamo facendone una realtà (vedi il rapporto annuale dell’Associazione Carta di Roma su come i media trattano il fenomeno migratorio). Di sicuro la percezione pubblica diffusa è di un pessimo clima con poche vie d’uscita. Dovrebbe però saltare agli occhi il cortocircuito: se l’obiettivo di ciascuno è stare meglio, le grandi sfide della società vanno affrontare con la migliore qualità politica possibile. Non astenendosi dall’impegno. Nè dando credito a chi spara a zero rivendicando di poter cancellare un fenomeno epocale. Una delle parole chiave del 2017 appena trascorso è sicuramente “fake news”. Alla saturazione, al bombardamento informativo che già rendeva difficile restare a lungo recettivi di una grande mole di informazioni, si aggiunge l’incertezza costante sulla veridicità delle notizie.

Che non è più neanche questione di fonti, ma del fatto che nel vortice della breaking news anche le fonti affidabili si ritrovano spesso a inciampare rilanciando notizie false o deformate. Il magma della comunicazione e dell’informazione si fa ancora più denso e appiccicoso. E’ il fallimento finale di una civiltà e di una cultura basata sulla parola? La parola non ha più nessuna utilità se non aumentare la distrazione di massa e la falsa percezione della realtà? Sono riflessioni da fare in una società dove la dipendenza del “sempre connessi” sta pervadendo tutte le generazioni, molto più velocemente di come ha fatto (con enorme successo) la dipendenza del “sempre consumatori”. Circa tre miliardi di utenti per i social network nel 2017. Facebook, Instagram, Pinterest, Twitter: il 76% degli utenti collegati quotidianamente. Su YouTube si guardano 5 miliardi di video al giorno. Il 97% dei ragazzi italiani possiede uno smartphone e un programma di instant messaging.

Antropologicamente stiamo cambiando: la connessione (e la dipendenza da connessione) diventano parte di noi. Eppure, le narrazioni mediatiche, le percezioni diffuse di grandi fenomeni globali vengono sempre più dirottate o confuse, i fatti diventano irrilevanti e intercambiabili. Possiamo conoscere, e conosciamo male. Possiamo agire di conseguenza, e restiamo spettatori. La crisi delle democrazie e della partecipazione mette in luce questa sfasatura tra pensiero e azione. Mancano terribilmente strumenti di incisività politica e culturale. Laddove ci sono, comunque vince lo sconforto, il disagio, l’indifferenza che li tira giù. Sembrerà un paradosso, ma nel momento d’oro in cui siamo finalmente iperconnessi tendiamo a corazzarci. La paura della complessità e della non appartenenza ci rende più inevitabile (o allettante) alimentare le “guerre tra poveri”, invece di interrogarci ed attivarci radicalmente sulle cause a monte dei problemi. Ad osservare certi episodi della vita pubblica quotidiana, si ha l’impressione di un bisogno estremo di sfogare, senza interesse per uno scambio, per crescere o per migliorare una situazione precisa. “La paura conduce al lato oscuro”, vien da dire citando il sempreverde Star Wars.
In tutto questo, un altro anno è passato e continuano a fare più rumore gli alberi che cadono delle foreste che crescono. Tante notizie di speranza sul dialogo tra culture, sull’inclusione, sulle buone pratiche agite nel campo delle migrazioni, non hanno avuto alcuna eco né il sostegno istituzionale di una politica che dovrebbe esprimere il meglio delle visioni. Anche tante notizie che rivelano la colpevolezza del nostro stile di vita nelle ineguaglianze e nei conflitti mondiali continuano a non fare problema. Non ci convincono ad osare, a cambiare, come descrive l’ottimo film di Andrea Segre “L’Ordine delle Cose”.

Avremmo tanta ricchezza da godere, tanto lavoro collettivo in cui impegnarci, tanto margine di miglioramento sociale, ma alla fine non siamo in grado di vederlo. Un patrimonio invisibile, proprio mentre inizia l’Anno europeo del patrimonio culturale “quale componente essenziale della diversità culturale e del dialogo interculturale”. Che aiuto può dare la cultura? Quali luoghi deve abitare o inventare? Dove va in scena questo patrimonio e dove le persone si lasciano contaminare da una visione più aperta? Sono domande che vogliamo porci ancora e ancora, senza cedere alla rassegnazione e al qualunquismo, in un 2018 che vedrà il Suq Festival Teatro del dialogo compiere vent’anni. Durante il festival (dal 15 al 24 giugno al Porto antico di Genova) si svolgerà una delle quattro sessioni italiane di ArtLab: territori, cultura, innovazione, promosso da Fondazione Fitzcarraldo nell’ambito degli eventi MiBact per l’Anno europeo del patrimonio culturale

Una importante occasione per socializzare e evidenziare, con l’aiuto di esperti in ogni settore, quelle buone pratiche su cui ha senso investire per migliorare i contesti in cui viviamo e rendere fruibile il patrimonio di ricchezza umana che dalla mescolanza dei popoli si sta generando. Per un 2018 con parole chiave di speranza e impegno, magari proprio quelle scelte da Papa Francesco nella Giornata mondiale del migrante: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Non ci vogliamo fermare, non rinunciamo a vivere l’atmosfera di “caos sereno” che si genera proprio da luoghi come il Suq, retti sulla professionalità culturale e artistica ma ancor più su passione e fiducia. Il cammino è difficile. Ma offre un senso per vivere in pienezza il nostro tempo, presente e futuro.