Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 si avvicinano e regna a ogni latitudine la confusione. Non solo negli elettori, invero: ma anche nelle stesse formazioni politiche, che sempre più si configurano, di fatto, magari senza saperlo, in comitati d’affari della classe dominante apolide finanziaria. La politica tende sempre più a diventare mera continuazione dell’economia con altri mezzi. E non dell’economia in senso generale, peraltro: bensì dell’economia finanziarizzata, classista e planetarizzata. Di cui i politici di entrambi i “quadranti” e di tutti gli orientamenti sono divenuti docili e mesti servitori.

Chi votare, dunque, il 4 marzo? Se questa è la politica, risulta arduo esprimersi. È finito il tempo delle ideologie agonali, facenti capo a diverse e mutuamente elidentisi visioni del mondo. E ciò non perché, come superficialmente si ripete, l’ideologia sia finita: al contrario, perché di ideologia, dopo il 1989, ne è rimasta una sola, quella del free market a libero consumo e a libero costume, il totalitarismo glamour liberal-libertario che lascia liberi i corpi perché s’è impadronito delle anime.

E allora come e chi votare, in queste condizioni poco rincuoranti? Ritengo che il 4 marzo, prima di votare, occorra fermarsi un attimo e riflettere pacatamente. In modo sereno e risoluto. Ponendo, anzitutto a se stessi, la domanda che segue: qual è il partito che può nuocere maggiormente all’aristocrazia finanziaria?Qual è il partito che più si oppone agli interessi economici, culturali e politici dei dominanti? Ancora, qual è il partito il cui programma meno si avvicina ai desiderata dei signori competitivisti della deregolamentazione globalizzata e che, per converso, più tutela gli obiettivi interessi dei dominati, ossia della classe che vive del proprio lavoro e del ceto medio flessibilizzato?

Solo allora potremo esprimere il nostro voto.

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