Il calcio ha una grande voce. Il calcio sa parlare a tutti, senza barriere di età, di nazionalità, di condizione sociale. Ce ne rendiamo conto noi che frequentiamo il calcio di base. Figuriamoci quello mainstream, quello che riempie gli stadi, quello che tiene milioni di persone attaccate alle televisioni. Questa voce non può permettersi di restare confinata nei campi da gioco. Non può permettersi un’assoluta autoreferenzialità. Deve saper svolgere una funzione pedagogica, deve trasmettere valori ai tantissimi giovani che ogni giorno sarebbero disposti ad ascoltarla.

È per questo che sarebbe fondamentale se Damiano Tommasi, ex calciatore oggi alla guida dell’Associazione italiana calciatori (Aic), divenisse presidente della Federazione italiana giuoco calcio, andando a riempire il posto lasciato libero da Carlo Tavecchio. Tommasi è uomo di calcio, che conosce a fondo il sistema e che da anni si batte per innovarlo.  Non è solo la sua profonda conoscenza dei punti di forza e di debolezza del calcio professionistico italiano, ma è la sua attenzione al mondo dei dilettanti, al movimento femminile e al calcio come strumento di integrazione a fare di lui il candidato giusto alla presidenza della Figc. Il suo sarebbe un programma partecipato e costruito dal basso, come dimostra la sua campagna Twitter #cambiamoilcalcio.

Cinque anni fa le associazioni Progetto Diritti e Antigone hanno dato vita alla società polisportiva Atletico Diritti, che a oggi conta una squadra di calcio, una di pallacanestro e una di cricket. Davvero un gioco di squadra, potremmo dire. La nostra squadra di calcio è infatti sostenuta dall’Università di Roma Tre, dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild), da Banca popolare etica e dallo studio di consulenza legale internazionale Legance. Soggetti che hanno creduto in un progetto di integrazione attraverso quel potentissimo strumento che è lo sport.

Con noi scendono in campo ragazzi migranti, ragazzi detenuti che ottengono speciali permessi per uscire dal carcere in occasione degli allenamenti e delle partite, studenti universitari di Roma Tre.

Un’esperienza meravigliosa. La squadra è regolarmente iscritta al torneo ufficiale federale di Terza categoria. In campo perdiamo spesso, ma non c’è stato anno in cui non abbiamo vinto la Coppa disciplina della Lega nazionale dilettanti. Siamo leali nel gioco e ce ne vantiamo. Il premio viene consegnato durante l’assemblea annuale del Comitato regionale Lazio della lega. Ogni volta che vado a ritirarlo penso al potere che hanno in mano le autorità sportive. La sala è gremita di rappresentanti di società calcistiche, ciascuna delle quali conterà centinaia di iscritti, bambini e adolescenti che fanno scuola calcio o che giocano nelle serie inferiori. Un patrimonio umano straordinario.

Se da qui partissero messaggi di lealtà sportiva, di solidarietà, di integrazione, di accoglienza, avrebbero una potenza rivoluzionaria. Sono i valori di una lingua universale. Damiano Tommasi, che lo scorso dicembre ha ricevuto il premio per le libertà civili promosso dalla Cild, ha dimostrato di saperla parlare. Tommasi ha sempre mostrato estrema sensibilità per le grandi questioni della contemporaneità, prima tra tutte la crisi dei rifugiati.

Lo scorso ottobre, Gianni Mura chiedeva al calcio italiano di scendere in campo per lo ius soli, seguendo l’esempio degli atleti afroamericani che si inginocchiavano in difesa dei diritti civili. Mura criticava il silenzio del calcio sui temi fondamentali della società. Con Tommasi a capo della Figc, tale silenzio diverrebbe assai meno assordante.