“Padre Nostro che sei nei cieli, restaci. E noi resteremo sulla terra che qualche volta è così attraente con i suoi misteri di New York e i suoi misteri di Parigi che ben valgono i misteri della Trinità”. Forse quella di Jacques Prévert rimane la parafrasi, non solo più celebre, ma anche più riuscita del Padre nostro, la preghiera cristiana per eccellenza. Un testo tornato recentemente al centro dell’attenzione dopo che Papa Francesco ha riproposto il problema della traduzione italiana errata. Per Bergoglio, infatti, “non è una buona traduzione quella che parla di un Dio che induce in tentazione”.

Il Papa ha fatto l’esempio dei francesi che hanno già modificato la preghiera nella liturgia. Una modifica, in realtà, che è stata recepita anche in Italia quando, nel 2008, la Cei ha pubblicato la nuova traduzione della Bibbia. Ma non è stata ancora recepita nel Messale e quindi nella celebrazione eucaristica. Nel volume intitolato Padre nostro (Rizzoli-Lev) che raccoglie le conversazioni con don Marco Pozza trasmesse da Tv2000, il Papa spiega che “sono io a cadere, non è Dio che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana, è questo il mestiere di Satana”.

Padre Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, in un agile volumetto dal titolo Dall’alba al tramonto (La Ricerca), ha commentato in modo poetico i versetti del Padre nostro. Una meditazione che si trasforma subito in preghiera e a tratti diviene un grido straziante per i mali del mondo. “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome… eppure, – prosegue Sapienza – mai come oggi il tuo nome è maledetto. E mai come oggi tu sei bestemmiato. In tanti luoghi il tuo nome è cancellato. (…) E il nome del Padre dei cieli è preso dai figli della terra come segno di guerre e di violenze”.

Il sacerdote rogazionista si sofferma anche sul versetto contestato dal Papa. “Non ci indurre in tentazione… ma – commenta Sapienza – la tentazione è in ogni ora che passa, e la nostra carne trema. E la tentazione è negli occhi e sulle labbra, nelle coscienze e nei cuori, nello sfarzo sfacciato, nelle occasioni impreviste, nel capriccio e nel piacere, e ha mille nomi, mille luci, mille volti”.

Delle tentazioni dalle quali non è di certo immune nemmeno la Chiesa, e perfino il Papa, Francesco ne ha parlato con chiarezza durante il consueto discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi. Bergoglio ha, infatti, invitato cardinali e vescovi a “superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano, nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni, un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano”.

Una tentazione, quella del carrierismo, non meno grave di quelle che da sempre insinuano sacerdoti, suore, vescovi, cardinali e Papi: sesso e soldi. Di esempi purtroppo ce ne sono tanti e in ogni epoca storica. Dal tradimento di Giuda per 30 denari, al rinnegamento di Pietro, al maggiordomo infedele di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, ai corvi di Vatileaks 2 sotto il pontificato di Bergoglio. Ai crac finanziari di diocesi e congregazioni religiose, in Italia e nel resto del mondo, ai conti milionari di alcuni vescovi e porporati in totale disprezzo della “Chiesa povera e per i poveri” chiesta e incarnata da Francesco. Davvero allora, proprio come suggerisce il Papa, bisogna pregare perché nessuno sia abbandonato alla tentazione. Soprattutto dentro la Chiesa.