I dati sull’occupazione Usa non hanno rispettato le attese. Ci si attendeva almeno 190mila nuovi posti di lavoro nel mese di dicembre. Sono stati 148mila, con il tasso di disoccupazione stabile al 4,1 per cento (il più basso dal 2001). In tutto il 2017, mostrano i dati del Labor Department, sono stati due milioni e centomila i nuovi posti di lavoro, con una media di 173mila al mese (più bassa, rispetto ai 187mila del 2016 e ai 250mila del 2014). In un tweet, Donald Trump si è comunque attribuito il merito dei buoni risultati dell’economia, annunciando che “andrà ancora meglio”. In effetti, riconoscono molti analisti, il tasso di disoccupazione dovrebbe abbassarsi ulteriormente nel 2018, raggiungendo un tasso del 3,5 per cento (dati Goldman Sachs).

Tra i settori che hanno creato più occupazione, c’è la sanità (+31mila posti di lavoro), l’edilizia (+30mila), il manifatturiero (+25mila), con i servizi finanziari che hanno aggiunto 19mila posti e la ristorazione 25mila. Negativo invece il dato del commercio al dettaglio, che negli Stati Uniti perde a dicembre 20mila posti di lavoro (tra l’altro, nella stagione natalizia, quando il lavoro aumenta): un segno delle difficoltà che i punti vendita fisici, materiali, hanno di fronte alle nuove strategie commerciali in Rete. Per il prossimo anno, annunciano gli esperti, saranno ancora i settori della sanità, della ristorazione e dell’industria a offrire più posti di lavoro. In crescita, moderata, anche i salari: del 2,5 per cento a dicembre, come del resto lo scorso novembre.

Se questi sono i numeri, è però molto difficile dire quanto i buoni risultati degli ultimi mesi siano il frutto delle politiche di Trump – soprattutto della recente riforma fiscale. A ben guardare, l’economia americana cresce consecutivamente da ormai nove anni; e se nel 2017 sono stati due milioni e centomila i nuovi posti di lavoro creati, erano stati due milioni e duecentomila nel 2016, quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama. Ciò non toglie che questa amministrazione cerchi ora di appropriarsi dei numeri positivi. “Con la firma del presidente Trump sulla riforma fiscale, il 2018 continuerà nei successi dello scorso anno e porterà, speriamo, aumenti di salario e nell’occupazione – ha detto il segretario al lavoro Alexander Acosta – Creazione di posti di lavoro, salari degni, risparmi pensionistici ci guidano alla prosperità e alla sicurezza finanziaria”.

Se una diretta derivazione dei buoni risultati economici dalle strategie di Trump appare, al momento, soprattutto un dato propagandistico, è vero che i numeri hanno ormai diffuso un senso generale di ottimismo. “L’economia continua a progredire su basi solidissime”, ha detto Michael Arone, chief investment strategist di State Street Global Advisors, e la sua opinione è stata quella di un po’ tutti gli analisti interpellati dai media americani all’uscita dei dati sull’occupazione. In un pezzo appena pubblicato sulla rivista Time, Warren Buffett si è spinto ancora più in là, preannunciando un futuro di progresso inarrestabile. Con una crescita del Pil attorno al 2 per cento annuo, e un aumento della popolazione intorno allo 0,8 per cento, il futuro, secondo Buffett, “prepara meraviglie”: “Gran parte dei bambini americani sono destinati a vivere meglio dei loro genitori”, ha scritto il ceo di Berkshire Hathaway.

Senza scomodare troppo il futuro, sul più breve periodo è opinione consolidata che aumenterà la richiesta di nuovi lavoratori. In questo momento, negli Stati Uniti, ci sono sei milioni di posti di lavoro scoperti, e sono sei milioni e seicentomila i disoccupati. Circa 10mila baby boomers compiono 65 anni ogni giorno, e non è facile sostituirli. Ad essere aperte, sono posizioni soprattutto nel settore sanitario (la popolazione invecchia, e c’è bisogno di infermieri, medici, fisioterapisti, assistenti a domicilio); in quello della ristorazione (“I ristoranti non trovano gente”, ha spiegato Sonia Riggs, presidente della “Colorado Restaurant Association”. “Molti sono stati costretti ad eliminare i test antidroga, per poter assumere”); e infine in quello dell’industria, soprattutto della siderurgia.

Non bisogna però pensare che per l’economia Usa stia attraversando un periodo di sole luci. Restano molte ombre. In particolare, la stagnazione dei salari, che non crescono quanto cresce l’offerta di posti di lavoro e la disponibilità di personale specializzato. In alcune zone del Paese, poi, la situazione è tutt’altro che rosea. In West Virginia, dove le industrie minerarie continuano a chiudere, il tasso di disoccupazione resta al 5,3 per cento. In Ohio, uno dei centri industriali del Paese, è ancora al 4,8 per cento. Altro fenomeno che non sembra andare nel senso di un mercato del lavoro più dinamico è la mancanza di mobilità delle persone. Nel 2017, solo l’11,2 per cento degli americani ha cambiato residenza; il dato più basso dal 1948.