Già il nome, Spelacchio, ricorda quei bastardini raccolti per strada, cani senza fissa dimora, bruttini e bisognosi d’affetto. E Spelacchio, da simbolo della goffaggine della giunta capitolina che persino in botanica si è fatta bocciare, sta lentamente acquisendo una sua insospettabile dignità.

Perché Spelacchio non è solo o non è più unicamente il segno dell’incompetenza di chi ha ordinato, pagandolo profumatamente, un abete natalizio improvvisato e stanco, ma un albero colpito dallo stress del lungo viaggio dalla val di Fiemme a Roma. Fosse stato di buona e robusta costituzione, fosse cioè morto lontano dai nostri occhi, appena dopo il Capodanno, non avremmo speso una parola. Invece sta cedendo ora, agonizza in piazza Venezia, proprio davanti all’Altare della Patria. Colpisce questa disabilità che coglie la natura al pari dell’uomo. Non siamo uguali noi, non lo sono gli abeti.

Spelacchio, riposa in pace.

 

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