Si è concluso da qualche giorno il congresso di ArciLesbica, una delle associazioni del variegato universo Lgbt, che rappresenta una parte delle lesbiche italiane e, nello specifico, quelle che si riconoscono nel legame con un certo tipo di femminismo. Si tratta di una realtà esclusivamente femminile, dunque, e a torto considerata speculare a Arcigay che invece include uomini e donne, di qualsiasi orientamento e identità sessuale.

L’esito del congresso ha scatenato molte polemiche, all’interno della gay community, per diverse ragioni. I meccanismi del voto, in primis. Secondo lo statuto, ciascun circolo esprime una rappresentante ogni 50 iscritte. Le delegate erano 41, la maggioranza era dunque di 21 voti. Gli organi dirigenti, tuttavia, composti da 13 rappresentanti hanno diritto di voto individuale. Questi numeri ci fanno capire la posizione di vantaggio da cui è partita la mozione vittoriosa che ha così raggiunto i suffragi necessari per vincere il congresso. Per questa ragione, nonostante 10 circoli su 16 fossero avversi all’attuale dirigenza, quest’ultima ha ottenuto gioco facile e ha vinto.

Un altro motivo di polemica riguarda le linea politica dell’associazione, che potremmo definire reazionaria senza grossi problemi e che presta il fianco a posizioni di tipo omo-transfobico. Ciò è evidente, ancora, nell’opposizione all’omogenitorialità maschile: a parole, la dirigenza si dice favorevole all’adozione. Nei fatti, durante la discussione sulle unioni civili si è espressa contro la gestazione per altri, contribuendo allo stralcio delle stepchild adoption, norma che avrebbe garantito ai bambini delle famiglie arcobaleno di avere riconosciuti entrambi i genitori.

Sempre su questo frangente, il sito Lezpop.it ci ricorda uno spiacevole episodio accaduto al pride di Milano del 2016. Alcune attiviste vicine alle posizioni di ArciLesbica sfilarono accanto al trenino di Famiglie Arcobaleno con dei manifesti che recitavano “Comprola Vendola”, insultando i papà gay e la loro prole. Forse per qualcuno questo è essere “affettuosamente vicine ai bambini e alle bambine delle coppie arcobaleno”, nel mondo reale, invece, il termine corretto per tutto questo è un altro: aggressione.

Un altro punto molto dolente che investe la nuova dirigenza è l’atteggiamento verso le persone trans, considerato escludente e discriminatorio. L’estate scorsa, infatti, l’associazione è andata allo scontro frontale contro il Movimento di identità transessuale (Mit) per aver condiviso sulla sua pagina un articolo “Terf”, sigla con cui vengono denominate le femministe radicali trans escludenti. In quell’articolo l’autrice auspicava spazi separati da dedicare alle donne “vere” e altri in cui confinare le donne trans.

Riguardo a questo punto, credo che dicano molto le parole di Ottavia Voza, responsabile per Arcigay dei diritti della comunità transgender che scrive sul suo profilo Facebook: “Non siedo ad alcun tavolo e non scendo in piazza al fianco di chi, nei princìpi e nei programmi, vorrebbe che io fossi ricoverata in ospedale, se ne avessi bisogno, in un reparto maschile, con chi non ammette l’accesso delle donne trans agli spazi in cui si producono azioni di sostegno per le vittime di violenza, con chi non ammette che io possa fruire liberamente dei servizi strutturati per appartenenza di genere”.

Un terzo aspetto, di non poco conto, è la mancata rappresentatività dell’associazione. A leggere certi comunicati e certe posizioni, ArciLesbica sembra parlare a nome di tutte le lesbiche e, a volte, anche a nome di tutte le donne. Basta avere una buona connessione a internet e un profilo su Facebook per capire che quella realtà è sì rappresentativa, ma delle sue sole socie e di qualche sodale esterna ad essa. Le donne lesbiche critiche con questa realtà fanno notare che posizioni come quelle su padri gay, Gpa e donne trans non trovano riscontro nella quotidianità e non rappresentano la totalità delle lesbiche. Così hanno detto in più occasioni importanti rappresentanti del mondo politico, associativo e culturale Lgbt al femminile. È di queste ore, a tale proposito, la notizia dell’autosospensione di Omphalos Perugia.

Completa questo quadro a tinte fosche il placet delle realtà omofobe e una gestione per così dire “adolescenziale” di una pagina pubblica in cui il dissenso verso le proprie posizioni viene trattato con insulti e dileggio. Dopo la chiusura del congresso, le persone critiche con il nuovo corso sono state etichettate come “cucciolini” a cui è stato consigliato di “non rosicare”. Subito dopo, la nuova dirigenza esigeva il dialogo col resto della comunità arcobaleno. Comunità che, a guardare le reazioni di una sua parte, non si riconosce in certe posizioni e certo linguaggio. E che ha già mandato a dire all’associazione che è fuori dal movimento Lgbt italiano.