Come tutti gli anni, in questi giorni, ricorre la triste data dell’esame per l’accesso alla professione di avvocato. L’evento riguarda migliaia e migliaia di giovani (e meno giovani) neo-laureati in Giurisprudenza che hanno svolto almeno un anno e mezzo (ma erano due anni fino a poco fa) di pratica forense presso qualche studio legale.

Senza superare l’esame non si accede agli orali e quindi al titolo di avvocato, il che non impedisce comunque di svolgere la professione, ma costringe a svolgerla con notevoli limitazioni rispetto a chi il titolo l’ha già acquisito. In particolare, si può affrontare un contenzioso fino a un certo tetto (circa 25mila euro) e non si può accedere ad incarichi fiduciari importanti per i quali è sempre richiesto il titolo pieno.

Per di più, negli ultimi anni, il governo sta imponendo regole sempre più rigide per il superamento dell’esame e chi non lo supera per sei anni perde anche il titolo di praticante avvocato, non potendo più agire in giudizio senza prima rifare la pratica. Insomma, l’esame è una tappa obbligata della professione. Senza, si rimane a metà del guado, con il rischio di tornare indietro come nel gioco dell’oca. Dopo aver avuto la facoltà di svolgere la professione per diversi anni, improvvisamente la si perde. Il passo del gambero.

Negli ultimi anni, inoltre, la percentuale di chi ce la fa è scesa moltissimo, quasi sempre sotto il 20% di chi partecipa e talvolta intorno al 10% in diverse sedi. L’esame è divenuto più rigido e complicato nelle procedure di correzione, per scoraggiare le raccomandazioni, ma non per questo più scrupoloso. Da tempo, negli ambienti del settore, gira voce che le correzioni siano fatte a campione, senza neppure leggere i compiti oppure leggendo solo le prime righe. Considerato il numero dei partecipanti, non è inverosimile che sia così: solo nel foro di Napoli ci sono migliaia compiti da correggere.

È un modo comune di dire che l’esame è un terno al lotto, nel senso che non si può prevedere chi lo supera e chi no: candidati bravissimi falliscono per anni, mentre ciucci matricolati lo superano al primo colpo.

Oltre al danno c’è la beffa di dover sostenere l’esame scritto che dura tre giorni di fila al freddo e al gelo – com’è successo l’anno scorso ad alcuni sfortunati – così che sia i candidati che i docenti della commissione rischiano un malanno. Il motivo è semplice: nelle sedi maggiori, i candidati sono talmente numerosi che occorrono locali enormi per poterli svolgere. E poco importa se quei locali sono spesso inadeguati allo scopo. Per dignità dei candidati e delle commissioni non parlo delle modalità di svolgimento dell’esame, che del resto sono note a tutti. Basta cercare su un qualunque motore di ricerca per trovare centinaia di articoli di giornale sui tanti scandali al riguardo che si sono succeduti nel corso degli anni.

La domanda sorge spontanea: se l’esame è un terno al lotto, che senso ha renderlo obbligatorio? Che senso ha obbligare il praticante a abbandonare la professione per non essere riuscito a superarlo un certo numero di volte? L’esame di avvocato è una delle tante tessere del mosaico arabesco delle transizioni scuola lavoro in Italia. Un esempio lampante dell’ipocrisia, della lentezza e dell’approssimazione che regnano sovrane. L’unico risultato è quello di rendere inutilmente complicato il percorso degli avvocati, fino a causare una totale perdita di fiducia in loro stessi.

Perché non sostituire questo inutile e triste sistema con un percorso serio di formazione post lauream coinvolgendo l’università, gli ordini professionali e le scuole per le professioni legali. Se dobbiamo rendere l’accesso alla professione più difficile, almeno rendiamolo formativo. Questo paese non pensa abbastanza ai percorsi post lauream. Uno di questi dovrebbe essere proprio collegato con l’accesso alle professioni, non solo quelle legali.

Molti sostengono che l’esame deve essere difficile poiché vi sono già troppi avvocati. Ma, se la selezione deve essere fatta, che la si programmi per bene. Potrebbe essere utile tornare al tre+due. Il triennio dovrebbe essere per tutti e generalista, come era nello spirito della riforma, per l’accesso ai concorsi e al lavoro nelle imprese. La specialistica, invece, dovrebbe essere per i pochi destinati ad entrare nelle professioni legali: avvocato, magistrato, notaio. Perciò l’accesso al biennio dovrebbe essere molto selettivo, a partire dal voto della triennale e da un test d’ingresso ben fatto.