In un appello di alcuni tra i più sensibili esperti di energia (Ferrante, Re Rebaudengo, Silvestrini, Angelantoni, Zorzoli, Midulla, Onufrio, Zanchini) si ribadisce che progettare la metanizzazione della Sardegna, come afferma in un apposito capitolo (SEN 2017 – pagg. 224-231) il documento presentato da Calenda e dal governo italiano alla Cop 23 di Bonn appena conclusa, comporterebbe investimenti poi inutilizzabili e, soprattutto, rallenterebbe una realizzabile transizione energetica verso le rinnovabili. È evidente come la Strategia Energetica Nazionale la cui approvazione è attesa con meno trepidazione dell’accordo Renzi-Berlusconi, riserva ancora troppo spazio alle energie fossili e rinuncia a un piano lungimirante per la decarbonizzazione della nostra economia. Basta fare dei conti ricorrendo alle fonti più accreditate.

La CO2 per KWh di elettricità generata dal mix di fonti energetiche in Italia risulta di 0,42 Kg CO2/KWh. Pressoché pari alla Germania, (assai meno dotata di sole) e a fronte di 0,37 per la Danimarca, fino a 0,18 e 0,17 per Austria e Canada. Estendere l’uso del metano ad una grande isola come la Sardegna significa spostare verso l’alto l’indice di carbonizzazione, mentre attrezzare a vento, sole, acqua e reti intelligenti una regione di bellezze straordinarie equivale a spostarsi realmente verso la decarbonizzazione tanto declamata a Bonn. Ma, si sa: un conto sono i proclami degli accordi sul modello di sviluppo, un conto sono gli accordi economici cui sottostanno ministri, governi, perché no, “governatori” isolani. Per il governatore sardo Pigliaru «la candidatura della Sardegna, assieme a Malta, a diventare l’hub del Gas per il rifornimento marittimo, è un ottimo esempio di come potenzialità di sviluppo possano sposarsi con ambizioni di sostenibilità ambientale”. (Pigliaru ha firmato tagli alla sanità – «Per concentrare le eccellenze» – e un decreto che permetterà agli alberghi entro i 300 metri dal mare di ingrandirsi del 25% – «Ma con un tetto»). Insomma, assieme alla Tap di prossimo arrivo un grande intreccio di tubi sottomarini in cui si sarebbe certamente impigliato anche Ulisse nel suo peregrinare nel Mediterraneo!

Eppure l’isola potrebbe passare direttamente al 100% rinnovabili in un periodo breve e diventare laboratorio reale della transizione energetica, facendo da sprone a progetti di regioni italiane che non hanno finora mai osato pensare a un piano energetico che le traghetti verso percentuali di rinnovabili superiori al 50%!

In una cronaca di fine settembre, l’Unione Sarda afferma che uno degli obiettivi della Regione è quello della realizzazione di un Hub Gnl per il bunker dei mezzi marittimi che operano su rotte nazionali da e per la Sardegna destinate al trasporto di persone e merci con l’obiettivo di soddisfare almeno il 30% dei consumi totali entro il 2030. Per tranquillizzare chi teme consumo di suolo si prevede che “gli impianti saranno costruiti in aree non di valenza produttiva od ecologica”. Al solito, si parla di significativa diminuzione del prezzo dell’energia, ricadute occupazionali e riduzione delle emissioni inquinanti”.

Vediamo un po’ più da vicino. La metanizzazione avviene secondo due direttrici: il sistema di adduzione del metano all’isola; il piano delle reti di distribuzione del gas naturale ai comuni dell’isola. Sette saranno i depositi costieri di piccola scala, di cui uno già autorizzato, tre in fase di autorizzazione e altri tre annunciati. Da qui il metano sarà trasportato, su gomma, nei 38 bacini dislocati nell’Isola. Si menzionano inoltre i 600 km di dorsale tra depositi e bacini di domanda e lo sviluppo di reti di distribuzione urbane da mettere in cantiere. Il costo di realizzazione della dorsale graverà in parte sulla tariffa nazionale di trasporto (578 milioni di euro). Quello di realizzazione degli adduttori che collegano la dorsale ai bacini sarà redistribuito sulla tariffa di trasporto regionale del resto d’Italia, incidendo “in modo irrilevante” sulla bolletta dell’energia. Alberto Scanu, presidente di Confindustria Sardegna è, naturalmente, ottimista: “Con l’arrivo del metano compiamo un passo in avanti nella competitività a livello europeo con un’opera non invasiva, completamente interrata, i cui benefici, per famiglie ed imprese, sono quantificabili in alcune centinaia di milioni di euro all’anno».

Ma, al di là delle note burocratiche, un’altra battaglia prende forma nella Sardegna delle mille vertenze ambientali, sanitarie ed energetiche. Il Coordinamento Comitati Sardi, Isde –Medici per l’Ambiente Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna, Confederatzione Sindacale Sarda (CSS), Sardegna Pulita e Italia Nostra – Sardegna prendono posizione: “No alla metanizzazione dell’Isola, progetto nocivo e foriero di nuove servitù, sì ad un nuovo corso energetico – da stimolare anche attraverso incentivi e agevolazioni fiscali – basato sull’autoconsumo e la generazione distribuita da fonti rinnovabili rispetto agli impianti di grossa taglia. Solo in questo modo sarà possibile creare reale valore aggiunto ad impatto prossimo allo zero. E una reale indipendenza energetica per cittadini ed aziende. Oltre a prevenire la dipendenza energetica da altri Stati”. Il programma e definito “titanico, figlio di un rivendicazionismo fuori dal tempo e della solita politica eterodiretta ad appannaggio di terzi che farà della Sardegna un hub del metano al centro del Mediterraneo”.

“Il rischio – aggiungono comitati e associazioni – è che l’eccessiva capacità di stoccaggio del Gnl qual è quella prevista dal programma possa favorire lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi allo stato gassoso nel Mar di Sardegna e sulla terra ferma, incrementando inoltre il consumo di suolo, già fuori misura per l’uso distorto delle fonti rinnovabili”. Ecco perché agli occhi di comitati e associazioni l’arrivo del metano appare come una nuova servitù. Per i comitati, l’obiettivo di soddisfare il fabbisogno energetico dell’Isola attraverso le rinnovabili (che oggi già coprono il 40%) è a portata di mano. Innanzitutto, notano, “il surplus di energia esportata verso il Continente tramite il cavo Sapei rivela che l’Isola quindi può già ridurre il proprio parco impianti da combustibili fossili, a meno che non si voglia continuare ad utilizzare la Sardegna come una piattaforma energetica il cui tubo di scarico è puntato sulla popolazione sarda”.