L’allarme per ora è rientrato, ma gli interessi incrociati degli imprenditori dei rifiuti (fra cui il solito Colari di Manlio Cerroni) continuano a mettere Roma in difficoltà. Tanto da costringere la sindaca Virginia Raggi a chiedere aiuto ad altre regioni italiane, Lombardia e Piemonte in testa. Il costo di questa operazione? “Ancora indefinito”.

Non c’è pace per la gestione dell’immondizia nella Capitale d’Italia. In poche settimane, con motivi e giustificazioni diversi, la Rida Ambiente di Aprilia e i Comuni della Provincia di Frosinone hanno comunicato al Campidoglio che non avrebbero più ricevuto circa 600 tonnellate di rifiuti indifferenziati, conto che sale a 700 se si considera la convenzione con l’Austria in scadenza fra pochi giorni. Il 21 novembre scorso, poi, era scattato l’allarme rosso dopo che il Colari – oggi gestito da un commissario prefettizio per l’interdittiva antimafia a cui è sottoposto il quasi 90enne Cerroni – aveva scritto all’Ama spiegando di dover ridurre da 1.200 a 700 la capacità di trattamento per via di problemi tecnici. “Problemi che fortunatamente sono stati risolti – ha spiegato l’assessore capitolino all’Ambiente, Pinuccia Montanari – con i due tmb di Malagrotta che sono tornati a pieno regime”. Insomma, c’è mancato poco che i romani fossero costretti a passare le festività natalizie con l’emergenza rifiuti in casa.

Resta la necessità di dotarsi di un piano alternativo che possa prescindere dalla fitta rete di impianti legati al “Supremo”, capace ancora oggi di influenzare il settore. Nonostante a IlFattoQuotidiano.it Montanari continui a ripetere che “con il Colari a pieno regime non ci sono eccedenze nell’indifferenziato”, restano quelle 700 tonnellate giornaliere ballerine che i due tmb di Ama non riescono a smaltire: Rocca Cencia e Salario sono ai minimi termini e il piano di crescita al 70% della differenziata (obiettivo per il 2021) non permette investimenti per il loro restyling.

E’ per questo motivo, ma anche per tutelarsi da eventuali nuovi “guasti improvvisi” degli impianti del Colari, che Virginia Raggi ha scritto a Nicola Zingaretti e alla sua Giunta nel tentativo di sollecitare la sottoscrizione degli accordi interregionali, ipotizzati con largo anticipo dall’amministrazione capitolina, allo scopo di valutare le proposte formulate dalle vicine Umbria, Abruzzo e Toscana e, appunto, da Lombardia e Piemonte. Una soluzione potrebbe arrivare anche dal revamping dell’inceneritore di Colleferro, autorizzato dall’Ama lo scorso gennaio, un impianto come noto “ostile” alla politica ambientale del M5S, ma la cui rimessa a nuovo sembra essere obbligata da motivazioni contabili. “Verrà utilizzato poco e solo finché non ci sarà più bisogno di portarvi i rifiuti”, aveva affermato alcuni mesi fa il presidente della Commissione capitolina, Daniele Diaco.

I costi dell’operazione, in tutto ciò, sono ancora indefiniti. Formalmente, l’assessore capitolino al Bilancio, Gianni Lemmetti, ha posticipato la certificazione della Tari per l’anno 2018 rispetto al documento di Bilancio fra pochi giorni in Aula. E pur affermando pubblicamente che “esclude l’aumento”, dall’opposizione lanciano l’allarme: “E’ assurdo – sostiene Valeria Baglio, consigliera capitolina del Pd – che ancora oggi non sia dato sapere da questa maggioranza quanto costerà ad Ama e quindi ai romani trattare i rifiuti indifferenziati in impianti che distano anche 600 km da Roma (quello piemontese si trova nella provincia di Cuneo, infatti). Forse perché neppure in Campidoglio nessuno ha idea dei costi si è deciso di spacchettare in due diverse delibere la definizione della Tari?”.