È di questi giorni la notizia che la tassa sui rifiuti, meglio nota come Tari, sia stata calcolata in maniera errata da alcuni comuni italiani. La prima conseguenza è che molti cittadini hanno pagato più del dovuto, proprio a causa di questi errori. Non è che chi effettua i calcoli si sbagli in difetto, questo non accade mai o molto raramente e, qualora succedesse, possiamo stare tranquilli sul fatto che, a stretto giro, ci verrà comunicata la cifra da versare in tempi brevissimi per sanare la nostra “morosità”, magari incolpevole, ma sempre da sanare.

Ma vediamo di capire come possa essere successo questo “disguido”. La Tari è una tassa sui rifiuti, che serve per sostenere le spese di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani; la sua introduzione deriva dalla legge di stabilità ( o legge finanziaria) del 2014 e accorpa le varie forme di tassazione precedentemente esistenti quali Tia (Tariffa igiene ambientale), Tarsu (Tariffa smaltimento rifiuti solidi urbani) e Tares (Tributo comunale sui rifiuti e sui servizi); quindi, avrebbe dovuto introdurre una semplificazione del sistema di sostentamento della gestione urbana dei rifiuti.  Gli elementi utili per definire l’aliquota da versare sono relativi alla superficie dei locali, al periodo di riferimento , generalmente su base annuale, alla composizione del nucleo familiare; la tassa si forma con una quota fissa, una quota variabile e una quota provinciale, che in genere è del 5%.

La quota fissa tiene conto dei residenti che occupano lo stabile e della superficie occupata dagli stessi, mentre la quota variabile, in quanto tale, è determinata in base ai costi oggettivi del servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti stessi e viene stabilita da apposite delibere comunali. Ma cosa è successo in alcuni comuni? Semplicemente un errore di interpretazione della norma, che ha orientato i “ragionieri” ad applicare il calcolo della parte di quota legata alla superficie considerando anche le pertinenze delle singole abitazioni, cioè aggiungendo cantine, garage ed eventuali altri pertinenze dell’unità abitativa totale, sommando calcoli su calcoli.

Tale approccio è sicuramente sbagliato, in quanto la norma stessa prevede l’applicazione della tassa sull’unità abitativa generica, quindi già comprensiva delle pertinenze associate. L’errore è macroscopico ed è stato scoperto da alcuni quotidiani, ma peraltro segnalato anche da molti cittadini.

Cosa può succedere ora? I comuni in difetto dovranno restituire la quota non dovuta, su questo non c’è da discutere. Ma il problema più grande è che, spesso, questi soldi sono già stati investiti o usati dalle varie amministrazioni comunali che si trovano in ristrettezze economiche sempre maggiori. Quindi è molto probabile che, nei mesi a venire, molte amministrazioni comunali si troveranno a dover rettificare la Tari stessa, al fine di recuperare quanto avranno dovuto stornare nelle prossime bollette come restituzione dell’errato prelievo ai contribuenti.

Morale della favola: l’errore c’è stato, ma pagherà sempre Pantalone ( i contribuenti). Con la scusa dell’aumento dei costi di servizio, precedentemente calcolati in maniera errata, sarà inevitabile che le amministrazioni comunali debbano ricalibrare al rialzo la tassa stessa, per rientrare delle stesse cifre previste prima per errore. È un’ipotesi questa, naturalmente non supportata ancora da dati reali, ma molto plausibile, come scenario futuro; sia per l’inghippo di questi giorni, ma anche per il fatto che vige il blocco degli aumenti dei tributi comunali per il 2018, tranne, guarda caso, proprio per la Tari. Quindi, traendone la logica conseguenza, dato che i comuni dovranno fare cassa, l’aumento molto probabilmente arriverà!