di Cathy La Torre *

Ieri io e Marco Grimaldi abbiamo denunciato come nel Progress test, per valutare l’apprendimento di tutti gli studenti in Medicina, vi fosse una domanda, dalla collocazione ambigua, sulla “stima del verificarsi” della omosessualità nell’uomo. Nel denunciare la cosa, abbiamo posto delle precise domande ai medici fautori di quel test: perché quella domanda? Come mai in un test su genetica, psichiatria, clinica e malattie? Che senso ha quella domanda?

Dalla nostra “denuncia” è scaturito un interessante dibattito di cui non possiamo che essere lieti. E oggi è arrivata anche la risposta dei medici che avevano predisposto il test. La professoressa Siliquini asserisce che il test è interamente “copiato” da quello dell’Università della Pennsylvania e che forse la traduzione lasciava un po’ a desiderare. Il presidente della Conferenza dei medici che ha autorizzato il test, ha risposto che “analoga polemica era sorta qualche anno fa, quando si era posta la domanda sulla percentuale dell’omosessualità nelle donne”.

La Conferenza nel suo insieme ha infine firmato un comunicato stampa in cui afferma che “la domanda aveva un fine statistico, lungi dal voler essere discriminatoria”. Devo ammettere che nessuna delle succitate risposte mi lascia soddisfatta, mentre invece ho letto con interesse il dibattito in rete fra medici e attivisti Lgbt. Trovandolo assai interessante, vorrei aggiungere qualche dato di merito. Intanto, a rigor di logica, se esiste una “denuncia” è perché alcuni studenti ci hanno inviato la notizia, trovando, essi stessi, che la domanda fosse “fraintendibile”, o almeno “strana”.

Rammento che io di mestiere faccio l’avvocato e Marco il consigliere regionale. Nessuno di noi due frequenta Medicina, e perciò se non fossero stati gli studenti ad inviarci la segnalazione, il tutto sarebbe passato inosservato. Dunque, la domanda ha scosso le coscienze di alcuni studenti e penso che la comunità medica faccia bene a interrogarsi sul perché.

Dopo la premessa, un po’ di merito: siamo lieti che i Medici abbiano riconosciuto che la domanda avesse solo un valore statistico. Tuttavia sulla statistica qualche parola va spesa. Noi attivisti Lgbt ci battiamo da anni perché i medici NON diano per scontato l’orientamento eterosessuale dei loro pazienti.

Lo facciamo perchè alcune patologie hanno profilassi o metodi di trasmissione diversi a seconda della pratica sessuale. Per fare un banale esempio: da anni ci battiamo perché in ginecologia non si dia per scontata l’eterosessualità di tutte le donne, perché a partire da una semplice candida, la profilassi è diversa negli uomini e nelle donne. Perciò, per esser “curata” correttamente, ho bisogno che il medico mi dia una corretta terapia, e la terapia talvolta cambia a seconda del fatto che abbiamo rapporti omosessuali o eterosessuali.

Allo stesso tempo, ci battiamo perché non vengano affibbiati degli stereotipi all’omosessualità. Come per anni è accaduto con l’Hiv, per esempio, che dalla comunità medica per anni veniva chiamata il “cancro dei gay”. Se infatti vi è una maggiore incidenza di una patologia attraverso una certa pratica sessuale, non si fa una valutazione sull’orientamento del soggetto, ma sulla pratica sessuale. Per essere più chiari: rifiutiamo l’equazione omosessualità= maggiore incidenza di certe malattie. Perché in medicina l’equazione corretta sarebbe “quel determinato comportamento o stile di vita o pratica sessuale= maggiore incidenza di certe malattie.

Come vedete, dunque, anche per noi persone Lgbt la questione è un terreno di battaglia complesso e annoso. Ma arriviamo al dato di quella domanda: è corretta dal punto di vista statistico? Ahimè, nonostante l’interessante opinione di alcuni attivisti, qualche precisazione va fatta. Allo stato attuale NON esiste una statistica quantitativa sul campione di omosessuali maschi: né in Italia, né nel resto del mondo. Un’indagine Istat, non più recente e che non ha valore statistico quantitativo poiché si basa su un campione ridotto, asserisce che in Italia un milione di persone si dichiara omosessuale. Questa statistica non viene utilizzata a causa della sua scarsa rilevanza quantitativa.

Ma allora le domande sono:
1. a quale statistiche si riferisce quella domanda?
2. che fonte ha questa statistica?
3. in base a quale dato verrà poi valutata la risposta degli aspiranti medici se sulla materia NON abbiamo dati statistici certi?
4. e infine, la domanda per me più importante: è necessario usare la statistica per insegnare ai medici che esiste l’omosessualità e che gli capiterà di avere anche pazienti omosessuali?
5. la domanda mi attanaglia come un cruccio, specie perché, come ho appena detto, non ci sono dati statistici CERTI in materia.

Certo, non posso immaginare che la comunità medica faccia ancora riferimento al famoso rapporto Kinsey, del 1948, il quale stimava il dato dell’omosessualità negli uomini (maschi) intorno al 5%. Sarebbe infatti come insegnare ai medici del terzo millennio a farsi in casa la penicillina!

Allora che senso ha una domanda statistica, senza statistiche su cui basarsi? Cosa viene insegnato nei nostri atenei, a riguardo degli orientamenti sessuali e della identità di genere, agli aspiranti medici? L’unica spiegazione che mi do, ragionevole spero, è che lo scopo di quella domanda fosse di raffigurare una realtà di pazienti “composita”.

Di ricordare agli studenti di medicina che l’orientamento sessuale non è uno soltanto, quello etero, ma sono almeno tre. Dunque nell’approntare diagnosi e “cure” dovranno tenere conto di tanti fattori: anche della sessualità di un paziente.

Ma per fare tutto ciò, miei cari Professori, serve una fraintendibile domanda in un test a crocetta? Questa è la domanda che mi e vi pongo. Perché io penso che per far tutto ciò, serva che insegniate ai vostri studenti che nella loro attività di medici dovranno essere accoglienti con ogni diversità, non dovranno giudicare lo stile di vita del paziente, né le loro pratiche sessuali.

Dovranno essere capaci e preparati anche di fronte a persone che, nate in un sesso biologico, si sentono di appartenere al sesso opposto. Dovranno essere il più possibile scevri da pregiudizi e non farsi influenzare dalle loro opinioni personali. Dovranno insegnare, come insegnò quell’Ippocrate su cui poi prestano giuramento, che “ci sono nei fatti due cose: scienza e opinione; la prima genera conoscenza, la seconda ignoranza”.

* avvocata e attivista Lgbt. Presidente di Gaylex e attivista del Movimento Identità Trans