C’è chi archivia la memoria della propria vita in base alle persone conosciute, chi per le città in cui ha vissuto, per le posizioni lavorative che ha cambiato o semplicemente per lo stato d’animo in cui si è trovato. Io per i Mondiali. O al limite per le grandi manifestazioni internazionali. Sembrerà l’esagerazione di un patito, e forse un po’ lo è. Ma va così: Usa ’94 e Francia ’98, Germania 2006 e Brasile 2014, mettiamoci pure Euro 2000 e 2012, tanto per completezza. Il rigore di Baggio e l’esultanza di Vieri, la notte di Berlino e il Maracanazo: a distanza di anni so esattamente dov’ero e chi ero, come mi sentivo. Ogni torneo dei ricordi indelebili, che non a caso si fanno sempre un po’ più offuscati e meno nitidi negli anni dispari senza mondiali.

Forse è per questo che a distanza di giorni non si riesce proprio a metabolizzare quella che in fondo potrebbe essere solo una partita di calcio persa. L’Italia fuori dalla Coppa del mondo, cosa sarà mai. E invece no. È questo che non ha capito Gian Piero Ventura, quando dopo l’eliminazione ha detto “sono cose che capitano”, scrollando le spalle, pensando solo ad incassare quegli 800mila euro di stipendio che gli restano. È questo ciò che non capisce Carlo Tavecchio, ora che si aggrappa alla poltrona, minimizzando il fallimento “perché i risultati politici sono altri”. Non è solo una sconfitta sportiva. Non è nemmeno il sogno collettivo distrutto da un allenatore e un dirigenti mediocri. È proprio come se ci avessero tolto un pezzo della nostra vita.

Nel ’94 le prime partite di calcio di cui ho memoria vera, la doppietta di Baggio contro la Nigeria nella vecchia casa dei nonni nella piazza più centrale di Bari, la finale sul divano di un residence al mare di Gallipoli, un senso di malessere diffuso che neanche riuscivo a spiegarmi, così piccolo. Nel ’98 le partite tutti insieme nella grande villa in campagna, l’amore per la bicicletta da cui non mi sarei più staccato, l’estate dei bambini che durava tre mesi, i Chumbawamba, le ore attaccato al più bel videogioco di calcio mai prodotto. Nel 2000 la ristrutturazione di casa, le notti sul divano della nonna, i giorni di luglio a leggere le pagine dei Demoni di Dostoevskij, a 12 anni interminabili come l’attesa della finale con la Francia. Nel 2002 la vacanza in Turchia, il sole della Cappadocia, l’inizio dell’adolescenza. Nel 2006 la notte prima degli esami e la notte di Berlino, la prima ragazza, la maturità del mio miglior amico il giorno dopo la coppa, il viaggio dei 18 anni che ci ha uniti per sempre. Nel 2010 l’università e l’amore vero, l’esame infinito di letteratura latina preparato al suono fastidioso delle vuvuzelas. Nel 2012 la trasferta a Poznan con gli amici e poi i due mesi a Londra da solo, l’anno sabbatico, i dubbi sul futuro, le Olimpiadi che hanno risposto ad ogni domanda. Nel 2014 il momento più difficile da cui solo il pallone ti tirava su il morale, i film di Solondz, il primo mondiale vissuto da giornalista anche se a distanza, al punto da coltivare la piccola speranza di poterci essere anche io in Russia.

E nel 2018 come stavi, cosa facevi? Non ricordo: ai Mondiali non ci qualificammo.

Twitter: @lVendemiale