C’era un tempo in cui si andava a trovare i nonni, gli zii o i genitori lontani e non appena annoiati capitava di tirare fuori i cellulari per smanettare su internet o anche solo per far vedere qualche bella fotografia, insieme alla domanda di rito “ma quand’è che ti sposi?”, cominciava inesorabile il “pippone” su quanto la tecnologia avesse rovinato i giovani di oggi, su quanto fossero tutti rincoglioniti da questi telefonini, su quanto si stava meglio quando si stava peggio; un tempo in cui quando nominavi Facebook, ti chiedevano preoccupati che medicina fosse e perché la stavi prendendo oppure quando parlavi di WhatsApp ti sentivi ripetere “Una zappa? E per farci che?!”.

Ebbene, quel tempo è finito. Caput. Andato. Ora i nostri cari e ultra sessantenni parenti si sono messi al passo con le nuove tecnologie e sono diventati paurosamente (in)esperti di social network. Se ti va bene ti invitano a casa loro tramite WhatsApp, creando apposta il gruppo “Pranzo a casa di zio Peppino”con faccine sorridenti annesse, se invece ti va male pubblicano lo stesso invito sulla tua bacheca di Facebook aggiungendo “Ti ho fatto la parmigiana senza glutine“.  Non fai nemmeno in tempo ad entrare in casa loro e sederti sul divano che ti si parano davanti col telefonino in mano e simpaticamente a turno ti sfrantumano i maroni con una sfilza di video e barzellette virali che hanno trovato su internet, esaltati come ragazzini.

Poi ti siedi a una tavola meravigliosamente imbandita, ricca di ogni ben di dio, con una fame da lupi – perché nel frattempo, arrivati all’ultimo video di un cane che dorme col gatto tra le zampe, si sono fatte le due e mezza. Come nelle parodie più assurde, improvvisamente tua zia urla “Chi mi fa una foto ai piatti che poi li metto in Facebook e vi taggo?” Sì, sì, ha detto proprio “vi taggo”. Non è stata un’ allucinazione dovuta ai morsi della fame.

Tu la guardi con mestizia e immediatamente ringrazi gli dei tutti di aver impostato la limitazione ai tag sul tuo profilo. Poi ti giri e vedi tuo padre che, in barba alla fame, scorre con l’indice in maniera catartica la home di Facebook e assolutamente estraniato dal mondo circostante, commenta a voce alta le foto della cresima del figlio di un suo cugino, annuisce e sorride estatico, poi alza la testa, ti fissa con sguardo vacuo e torna bruscamente alla realtà “Beh, mangiamo?”.

Sì, lo ammetto, noi figli e nipoti dell’era social, non eravamo preparati a questo. Non credevamo possibile che zia Lucia, alla quale era servita una settimana per capire come funziona il telecomando di Sky, ora chatta su WhatsApp e condivide foto su Facebook. Ad essere sinceri, nemmeno zia Lucia, zio Peppino o mio padre erano tanto preparati all’effetto tsunami che l’uso dei social network avrebbe avuto sulle loro vite e purtroppo dopo essere stati ipnotizzati da cotanta tecnologia, non hanno ancora idea della portata che può avere una frase scritta su Facebook o certi commenti incazzati sotto colossali notizie-bufala. E sarebbe stato meglio spiegare per bene a mio zio che la bacheca di Facebook non è il modo migliore per inviare un messaggio privato: “Robè, il numero di Giovanni è 3394562…”.

L’unica che ancora rimane ostile alla tecnologia in generale è mia madre, che un computer non lo sa manco accendere e solo da poco ha scoperto che WhatsApp non ha nulla a che vedere con la zappa, ma che invece le permette di avere qualche bella foto dei nipoti. Non so ancora per quanto tempo rimarrà immune da Facebook, spero però il più a lungo possibile.

La verità è che i social network hanno procurato un tale distacco dalla realtà vera, che credo ci sia bisogno di preservare quel poco di autenticità rimasta, che risiede nei nostri affetti più cari, in tutto ciò che costituisce le nostre radici più profonde, la nostra identità.

Sinceramente zio Peppino lo preferivo alla vecchia maniera: più maialetto al forno, seadas e cannonau e meno, molto meno selfie e tag su Facebook.