Dopo la caduta di Raqqa, autoproclamata capitale in Siria, continua lo sgretolamento del Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi. Ora a preoccupare analisti e governi mondiali sono i foreign fighter pronti a tornare in patria. Sono 5.600, secondo l’ultimo report pubblicato dal centro studi statunitense The Soufan Group e da Global Strategy Network, i combattenti con cittadinanza straniera già tornati nei propri Paesi di provenienza, di cui circa 1.500 solo nell’Unione Europea. Rappresentano circa il 20% dei 40mila che dal 2014, anno di proclamazione del Califfato, sono arrivati in Siria e Iraq per combattere al fianco delle bandiere nere. Combattenti jihadisti, ma anche donne e minori che oggi, con l’imminente caduta dello Stato Islamico, potrebbero tornare a casa per portare avanti la battaglia del Califfo.

Secondo i dati diffusi dagli analisti americani, i combattenti stranieri tornati a casa provengono da 33 Paesi diversi. Ancora una ridotta percentuale, circa 1/5 rispetto ai 40mila che da 110 Stati diversi hanno raggiunto Siria e Iraq per entrare a far parte delle bandiere nere. Di questi, l’Interpol ne ha identificati e schedati 19mila.

Se il numero più alto dei ritorni si registra nei Paesi arabi, a prevalenza musulmana o confinanti con gli Stati infettati dalla presenza del Califfato, come Arabia Saudita, Turchia e Tunisia, anche nell’Ue si conta una buona percentuale di reintri. Secondo un calcolo svolto dal Radicalization Awareness Network (Ran), il 30% dei circa 5mila foreign fighter europei, circa 1.500 persone, hanno messo nuovamente piede nel Vecchio Continente, con percentuali che si avvicinano al 50% in Stati come la Danimarca, la Finlandia e il Regno Unito.

In numeri assoluti, però, le situazioni più preoccupanti sono quella della Germania, con circa 300 combattenti di ritorno stimati e 450 ancora impegnati nei combattimenti; quella francese, con 271 miliziani in territorio d’oltralpe e 700 ancora sparsi tra Siria e Iraq; e quella della Gran Bretagna, con 450 terroristi tornati e circa 400 ancora in terra di Califfato. Per rispondere a quella che i governi occidentali, ma non solo, considerano una delle principali emergenze dei prossimi anni nel campo della sicurezza interna, alcuni Paesi come Francia e Regno Unito hanno così deciso di optare per l’uccisione di tutti i loro cittadini ancora in Medio Oriente per sostenere la causa del califfo.

Da giugno 2014 a febbraio 2017, sono stati 143 gli attentati terroristici rivendicati dallo Stato Islamico in 29 diversi Paesi che hanno provocato circa 2mila morti. In questi attentati, però, raramente sono stati coinvolti foreign fighter di ritorno. Questo non vuol dire, secondo gli esperti, che questi soggetti non rappresentino un grave pericolo per la sicurezza nazionale: i vertici di Isis, si legge, hanno cercato di avere sempre maggiore controllo sugli attentati pianificati fuori dai confini dello Stato Islamico, come nel caso della strage al concerto di Ariana Grande, alla Manchester Arena: Salman Abedi, l’attentatore suicida che ha provocato la morte di 22 persone, era stato addestrato e istruito dai jihadisti in Libia. Una maggiore presenza dei propri uomini fuori dai confini, potrebbe garantire a Daesh maggiori contatti con gli aspiranti attentatori.

Nel tentativo di calcolare l’effettiva pericolosità dei soggetti tornati nei propri Paesi di provenienza, gli analisti del Soufan Group li dividono in cinque categorie: quelli rimasti per poco tempo e che non sono stati realmente coinvolti nei piani d’azione di Isis; quelli che hanno preso parte al progetto estremista per più tempo ma che non ne condividono tutte le parti o le metodologie; quelli completamente allineati ma che hanno comunque deciso di tornare; quelli costretti a tornare a causa di sconfitte subite sul terreno o perché arrestati dalle autorità e quelli inviati dai vertici del Califfato per organizzare e compiere attentati fuori dai propri confini.

Anche se con percentuali di rischio differenti, sostengono gli analisti, ognuna di queste categorie potrebbe generare potenziali terroristi pronti a colpire fuori dai confini tracciati dalle bandiere nere. Alcuni di loro sono delusi dall’esperienza del Califfato e decideranno di abbandonare la causa, altri si sentiranno più a loro agio nel combattimento sul campo e cercheranno di replicare l’esperienza in altre wilayat, province, in mano agli uomini di al-Baghdadi, altri ancora saranno così impauriti dalla prospettiva dell’arresto che usciranno dall’organizzazione e si nasconderanno nel tentativo di far perdere le proprie tracce.

Molti altri potrebbero però decidere di portare avanti la causa nei propri Paesi di origine e, così, rappresenterebbero una minaccia ancora più grande rispetto ai cosiddetti lupi solitari: sono meglio addestrati, possono avere come obiettivo quello di continuare ad alimentare il brand all’estero, hanno più carisma ed esperienza sul campo che li rende abili reclutatori e, aggiungono gli analisti, dovranno trovare una risposta al vuoto esistenziale che li ha portati a partire per legarsi a Daesh e che, con il ritorno in patria, potrebbe presentarsi di nuovo. Vuoto che potrebbe portarli a pianificare attentati in tutto il mondo per rimanere fedeli alla causa.

In questo contesto si inseriscono non solo i miliziani armati, ma anche le donne e i minori in procinto di tornare. In questo caso, il primo problema sarà quello di capire il loro reale coinvolgimento all’interno dell’organizzazione terroristica. Raramente le donne, a differenza dei ragazzini tra i 9 e i 15 anni, hanno preso parte attiva ai combattimenti, anche se esistono casi di combattenti di sesso femminile.

Il mancato impiego militare non significa, però, un distacco dalla causa: possono aver svolto ruolo di vigilanti, altri impieghi all’interno della comunità o anche solo essersi messe a disposizione come mogli dei combattenti, collaborando così all’ascesa dell’organizzazione islamista. Tornate in Europa, possono riciclarsi come reclutatrici o, anche se si registrano solo casi sporadici in Siria e Iraq, come attentatrici. Situazione simile a quella dei minori: sono circa 2mila quelli che, secondo il centro di ricerca, hanno ricevuto addestramento militare.

Twitter: @GianniRosini