Accusato di essere una spia e, per questo, condannato a morteAhmadreza Djalali, medico iraniano con un passato da ricercatore in Italia, all’università del Piemonte orientale di Novara, è stato accusato dal suo Paese di aver collaborato con governi considerati nemici: nella sentenza si parla di “contatti con Israele”. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha detto che vedrà l’ambasciatore italiano in Iran nei prossimi giorni per “sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo”. Un terzo dei senatori di tutti i gruppi ha firmato un appello per il responsabile della Farnesina: “Salviamo il ricercatore condannato a morte per non aver voluto spiare l’Europa”.

Djalali, 45 anni, marito e padre di due figli, si trova da un anno e mezzo rinchiuso nel carcere di Evin, a Teheran. Il 25 aprile 2016 il ricercatore, residente in Svezia con la famiglia, era tornato in patria su invito delle università di Teheran e Shiraz per un convegno di medicina. Appena messo piede in territorio iraniano, però, era stato ammanettato e portato in carcere senza alcuna accusa formale. Come si legge nel report di Amnesty International, che ha lanciato una campagna per la sua scarcerazione, nei dieci giorni successivi all’arresto la famiglia di Djalali non ha saputo nulla di lui. A gennaio, di fronte alla XV Corte rivoluzionaria della Repubblica islamica dell’Iran, un giudice gli ha comunicato l’accusa di spionaggio e la possibile condanna a morte. Solo dopo sette mesi dall’arresto gli è stato concesso di incontrare il suo avvocato. La notizia della sentenza, emessa il 21 ottobre e confermata dalla moglie del ricercatore, è arrivata dalla senatrice novarese del Pd Elena Ferrara, tra le prime a mobilitarsi per lui.

“Ahmadreza Djalali è stato condannato a morte al termine di un processo profondamente irregolare che mette in evidenza non solo l’ostinazione delle autorità iraniane per l’uso della pena di morte ma anche il loro enorme disprezzo per lo stato di diritto“, ha detto Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Non è stata presentata alcuna prova per dimostrare che Djalali sia altro rispetto a un accademico che porta avanti in modo pacifico la sua professione. Se la condanna è stata motivata dal suo pacifico esercizio dei diritti di libertà d’espressione, associazione e riunione anche attraverso la professione accademica, allora le autorità iraniane devono rilasciarlo immediatamente e senza condizioni e annullare tutte le accuse nei suoi confronti”. Sul caso sono intervenute anche le associazioni Luca Coscioni Nessuno Tocchi Caino, i Radicali e il consiglio regionale piemontese: tutti hanno chiesto al governo italiano di fare pressione su Teheran per scongiurare l’applicazione della sentenza.

Nei mesi scorsi la famiglia di Djalali aveva alzato la voce per sensibilizzare il mondo sulla vicenda. A marzo i due figli, di 5 e 14 anni, hanno pubblicato su Facebook una lettera indirizzata al padre. “Sogniamo ogni giorno il momento in cui potrai riabbracciarci, ma abbiamo paura che quel giorno non arriverà mai – scrivevano – Abbiamo paura di perderti a causa dell’ingiustizia“. I due figli, insieme alla madre, si erano anche rivolti a papa Francesco per riportare a casa Djalali. In Italia si era mobilitata la Crui, la Conferenza dei Rettori delle Università italiane. Quest’ultima, a marzo, ha approvato una mozione in cui i rettori ribadiscono la loro “incondizionata difesa di tutte le libertà civili e processuali”. Lo stesso Djalali, che respinge ogni accusa, ha osservato uno sciopero della fame in carcere. Anche a causa di questa protesta, oltre che della pressione psicologica e fisica della prigionia, le sue condizioni di salute sono rapidamente peggiorate, come ha denunciato anche la moglie.

Djalali, specializzato in medicina d’urgenza, è un professionista riconosciuto a livello internazionale: oltre all’Università del Piemonte orientale di Novara, ha lavorato anche presso il Karolinska Institutet di Stoccolma e presso la Vrije Universiteit di Bruxelles. Nel nostro Paese il caso è seguito anche dalla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Il Miur ha fatto sapere che, già in occasione della visita istituzionale in Iran dell’aprile scorso, la ministra aveva sollevato il caso con il suo omologo iraniano, e che sta tuttora “monitorando tutti gli sviluppi della situazione”.